Il cielo sopra la guerra

(Ho conosciuto un angelo che si chiama Godot) 

Lui, quella sua canotta nera incollata addosso, a fasciargli il petto tracciato di cicatrici, cassa toracica enorme che sembrava potesse racchiuderne due di cuori, sentiero indomito, lupo selvaggio, pettirosso dalle ali di neve, lo sguardo pieno d’amore, complice, la bocca dal sapore di margherite selvatiche.

Il cielo sopra la guerra

(Ho conosciuto un angelo che si chiama Godot) 

Lettera 21.  Abbassando lo sguardo, oltre il posarsi lieve della neve dietro i vetri della finestra, a ricoprire di bianco intorno, stringendosi nello scialle, Nausicaa si morse il labbro, nel buio della sua stanza, quattro pareti, un tavolo e due sedie, svegliata di soprassalto dalle potenti raffiche di vento, credendo fosse stata la mano di qualcuno a bussare forte alla sua porta, accorgendosi invece, di quanto fosse in realtà stata soltanto l’inclemenza del tempo ad aver lavorato con la sua fervida immaginazione.

A quell’ora la città dormiva avvolta in un sonno ovattato, i mortai spenti, un breve cessate il fuoco forse dettato più dall’esigenza meteorologica, che da quella fisica dei soldati muniti di ferro fino ai denti, la guerra in quelle strade non conosceva che brevi, sporadici, attimi di tregua, parentesi, pause infinitesimali, ormai tutti l’avevano imparato sulla loro pelle, e soprattutto a proprie spese. Terribilmente.

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