Il cielo sopra la guerra

(Neve)

Lettera 21. Buio. Interno notte. Sala. “Come vorrei che questi fiocchi di neve che cadono così lievi adesso, potessero ricoprire col loro manto le brutture di questa guerra. Questo mondo di creature in lotta fra loro, perenne”

Osservava il giovane la coltre di neve, cadere dietro i vetri della finestra, chiuso nella sua mimetica d’ordinanza a fasciargli i muscoli, quei pettorali scolpiti, guizzanti, sentieri selvatici, cassa toracica così ampia, enorme, che sembrava potesse contenerne due, di cuori a pulsare. Lui, lì, da solo, oltre il buio della città addormentata “Come sarebbe bello se questo candore potesse fungere stanotte da velo separatore, da silenzio, da pace, da ri-costruzione; portando con sé di nuovo la serenità di notti di luna, di sogni, di fuochi in cielo che non fossero di bombe, cancellando l’eco in lontananza di pianti di morte e urla disperate”

Abbassò gli occhi Mattia, due braci viola di dolore accesi, cullato dal sonno beato del fedele Thor, accucciato lì accanto, compagno di Caserma, perdendo lo sguardo lungo le armi già cariche schierate in bell’ordine, le munizioni di scorta, e le granate da usare all’urgenza “Come sarebbe bello se ci si potesse sorprendere ancora allo sbocciare improvviso di un fiore, ascoltando di nuovo il canto dei cervi in amore lungo le campagne durante la notte, come una volta, e l’aria profumare ancora di muschio e vento, senza dover più drizzare l’orecchio, teso, al richiamo del nemico ad avvisare col suo incedere, il proprio passaggio di devastazione e massacro, nella folle, insensata corsa verso l’ultimo fucile da imbracciare, per ripartire”

Segnò lui con un punto fermo l’ennesimo haiku, in blu, come faceva di solito, su fogli di fortuna trovati sparsi, lasciando l’inchiostro ad asciugare sulla carta, chiudendo le palpebre al ritmo delle luci ad intermittenza, sistemate alla rinfusa tra i rami del piccolo abete in plastica, posto sul tavolo del caffè, nella solitudine della camerata. Sarebbe venuto Natale anche in quei luoghi, anche fra quelle macerie, anche tra chi a denti stretti si lasciava trapassare dal ferro, chiudendo gli occhi sugli ultimi brandelli di un cielo, troppo limpido per guardare oltre lo scempio della natura umana, a divorare i suoi simili.

La poesia era la sua vita, la vita di quel soldato Mattia, il suo sogno, ciò che gli ricordava d’appartenere ancora al Genere Umano libero dalle catene dell’odio, oltre le carni sventrate per strada, i crani fracassati dei civili accatastati lungo i marciapiedi, le braccia troncate di netto dei suoi stessi commilitoni, venuti in missione di pace, sporchi come lui di fango, dagli stivali logori, il passo pesante, immerso nel fetore di morte e puzzo di piscio stagnante ad impregnare i vicoli. Il soldato Mattia, lui, lupo selvatico, passero d’inverno, pettirosso dalle ali di neve, nato di dicembre, miele ed acciaio, carne e sangue, anima viva, fra gli angeli senza memoria di quello scempio senza onore e senza orgoglio chiamato Guerra “Come lo desidererei …”

angelo in catene

_sei così, non hai difese

quando ti doni

Quanto tempo avrebbe potuto dormire quella notte, prima che il segnale d’allarme avesse preso a trillare ferocemente invitandolo al risveglio? E a dover chiudere lui, i suoi pensieri di uomo, in una nuova divisa per calarsi nella polvere? La notte non era fatta per la guerra, e il cielo per ospitare la rabbia degli uomini …

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