Il cielo sopra la guerra

(_angelisenzamemoria)

Lettera 21. Lente le sue dita tremanti, presero a carezzare quelle piume, la veste di quelle lunghe ali incassate nella carne di lui, all’altezza delle scapole, morbide, calde, inesplorate. La giovane vi affondò dentro i polpastrelli saggiandone il velluto, chinandosi d’istinto a poggiarvi le labbra, e a quel tocco lui chiuse gli occhi, muto, fermo, ascoltando il discorrere di quel cuore con la sua anima.

“Come vorrei che questi petali di ciliegio che cadono così lievi adesso, potessero ricoprire col loro manto le brutture di questa guerra. Questo mondo di creature in lotta fra loro, perenne” sospirò lei, osservando la pioggia di petali rosa mossi dal vento, a cadere sul buio della città addormentata “Come sarebbe bello se questa coltre di luce potesse fungere stanotte da velo separatore, da silenzio, da pace, da ri-costruzione; portando con sé di nuovo la serenità di notti di luna, di sogni, di fuochi in cielo che non fossero bombe, cancellando l’eco in lontananza di pianti di morte e urla disperate”

Abbassò gli occhi, perdendo le dita in quelle piume “Come sarebbe bello se lo sbocciare di un fiore potesse come una volta, annunciare ancora la primavera, e l’aria potesse tornare a profumare di viole e fiori d’arancio. Senza dover più drizzare l’orecchio, teso, al richiamo del nemico ad avvisare col suo incedere, il proprio passaggio di devastazione e massacro, nella folle, insensata corsa verso l’ultimo fucile da imbracciare, per ripartire”

Segnò dentro di sé, con un punto fermo l’ennesimo haiku, lasciandolo ad asciugare Sul davanzale/La neve e la rondine/Il primo bacio  “Come lo desidererei …”

Piano la creatura piegò le sue ali, adagio, annusando l’odore di quella rosa che teneva stretta tra le mani, rossa, scarlatta, dai petali carnosi, fino a riempirsene le narici, mentre lenta una lacrima prendeva a inumidirgli le ciglia. Scalzo, nudo, sentiva dietro sé il respiro caldo di lei e chinando i suoi lunghi capelli neri di lato, puntò gli occhi in alto, gemendo di sofferenza atroce. Stringendo quello stelo di spine a dondolare nel suo palmo.

 

Quanto tempo avrebbe potuto dormire quella notte, prima che il segnale d’allarme avesse preso a trillare ferocemente invitandoli al risveglio? E a dover chiudere lei, il suo corpo di donna, in un logoro scialle per fuggire? La notte non era fatta per la guerra, e il cielo per ospitare la rabbia degli uomini …

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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