“L’è el dì di mort, alégher!”

“L’è el dì di mort, alégher!” direbbe ancora oggi con sarcasmo Delio Tessa osservando le carnevalate dell’Halloween americano adottato inconsultamente in Italia.

Il bello è che, in sostanza, per quello non è stato inventato nulla di nuovo ma come sempre sono solo state rielaborate millenarie tradizioni europee, italiane comprese, grazie a tutti quelli che nei secoli passati in America emigrarono.

Il dover “soffrire” l’eterna mancanza di luce una volta morti, era una delle cose che più spaventava i vivi.
Per questo da millenni nelle sepolture (o di fronte ad esse) vengono posti dei lumini, simbolo del Sole e della vita.

Seguendo questa tradizione, ad Orsara di Puglia da secoli per la festa del “Fuuc acost” si vuotano le “cocce priatorje” (zucche) incidendo la buccia e ponendovi dentro una candela (in Veneto si chiamano “lumére”) per porle poi all’esterno dei davanzali onde “far luce ai morti”, mentre agli angoli delle strade bruciano falò di ginestre su cui si cucina alla brace: le “monachine” (scintilline di braci leggere che salgono in alto) che s’innalzano verso il cielo, indicano ai defunti la strada da seguire per ritrovare parenti e cibo, lasciato apposta per loro lungo le strade.

In Sardegna da secoli vengono celebrati lS’ Animedda e Su Mortu Mortu, così come sui monti d’Abruzzo i bimbi bussano alle case questuando fracassoni frutti e dolci perle àneme de li morti” (“trick or treats” nati più di mille anni fa) e dal Nord al Sud vi è la credenza che i defunti tornino sulla terra per riunirsi attorno al desco familiarelasciato, apposta, dai vivi, sulla tavola non sparecchiata e con la tovaglia stesa:

lascia ch’entrino da sera,
col loro anelito lieve;
che alla mensa torno torno
riposino fino a giorno,
cercando fatti lontani
col capo tra le due mani
.”
(PascoliLa tovaglia).

In Liguria invece si credeva che le anime dei defunti familiari, mentre i congiunti si trovavano alla Messa solenne, s’infilassero nelle case e per sdraiarsi qualche momento sui letti che erano stati loro; per questo dovevano essere accuratamente rifatti, con lenzuola pulite e profumate di spigo. E sul comodino, l’immancabile (e oggi introvabilie)offiçiêu.

Antiche tradizioni funebri nostre, ormai purtroppo semiscomparse in favore del Grande Cocomero di Linus, sono i cibi.

 

Il pane, innanzitutto.

Miriadi di “pani dei morti”, salati o dolci e  fabbricati in modi diversi; con uvetta (Lombardia), con pepe (GrossetoSiena);“la fugassa co ‘e purpe”, il macinato d’olive rimasto nei frantoi, dal funebre color bruno (Liguria).

E poi i “manùzzi d’i’ mòrti” a forma di mani incrociate (Sicilia); “pitte collure” a Umbriatico (Catanzaro); la “piada dei morti” a Rimini; il “punghen cmàciàis” a Comacchio, oltre a vari macabri biscottini a forma d’ossa come gli “stinchetti” umbri.

Ma cibo rituale più legato ai morti son soprattutto le fave; si credeva che in loro si celassero le anime dei defunti.

Pitagora le odiava e proibiva di mangiarle “fuggendole al pari della carne umana”; dicono che pur di non attraversarne un campo, si facesse uccidere: chissà in quale fava è nascosto ora.

Le fave si mangiavano direttamente al cimitero (Livorno, Polesine, Calabria albanese), seduti sulle tombe: era come una comunione rituale.
Genova piatto tipico del 2 novembre è tuttora lo “stocafisso e bacilli”, in Veneto le “faoline”.

Ma le fave erano davvero pericolose, causa il favismo diffuso in molte zone; così nacquero anche dei dolci rituali, a base di pasta di mandorle quasi ovunque (Marche, Emilia Romagna, Lazio ecc) o pinoli (Venezia, Sardegna), biscottini o bon bon colorati, morbidi o duri come sassi.

Infine, la vera festa dei morti era in Sicilia; i bambini, non in maschera ma in pigiama, aspettavano quella notte per ricevere “li cosi di morti”, i doni (frutta martoranapupi di zuccaro) che gli “armi santi”, le anime sante dei parenti trapassati avrebbero certamente lasciato loro in un cestello o in una pantofolina dopo averli rubati nelle botteghe o, a Palermo, al mercato della Vucciria.

Perché mica hanno il borsellino, li Morti.

© Mitì Vigliero

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