Il cielo sopra la guerra

                                                         ( La rosa di Hermes) 

Lettera 21. “Caro Hermes, oggi sono riuscita a trovare quel libro di cui ti raccontavo, quello che da tempo desideravo ri-leggere, te ne ho parlato spesso, ricordi? Ce l’ho fra le mani adesso, mentre fuori, fuochi di luna pare attraversino questo cielo, code di comete, in attesa di Te!”

“Quasi ogni giorno ormai da anni, prende la penna in mano e le scrive. Non ha nomi e non ha indirizzi da mettere sulle buste: ma ha una vita da raccontare. E a chi se non a lei? Lui pensa che quando si incontreranno sarà bello posarle in grembo una scatola di mogano piena di lettere e dirle: “ti aspettavo!” Lei aprirà la scatola e lentamente quando vorrà leggerà le lettere una ad una e risalendo un chilometrico filo di inchiostro blu, si prenderà gli anni, i giorni gli istanti, che quell’uomo prima ancora di conoscerla le aveva regalato. O forse, più semplicemente, capovolgerà la scatola e attonita davanti quella buffa nevicata di lettere sorriderà dicendo a quell’uomo: “tu sei matto!”… e per sempre lo amerà!”

 “Oceano Mare” di Alessandro Baricco, le era bastato leggerlo una sola volta, per adorarlo, aveva trovato scritto fra quelle pagine ciò che lei in segreto aveva tenuto per sé sin da bambina, durante tutti quegli anni fino a diventare adulta, quello che aveva sempre cullato nel suo cuore, prima ancora della guerra, ancora più in quel periodo d’orrore e morte, quando ogni giorno spossata dalla fatica, scampata alle bombe, coi suoi sogni ancora caldi nella testa, posava la penna sul foglio, i fogli consunti della sua moleskine, e iniziava a scrivergli, tenendo accucciato sui suoi piedi il fedele Roccia, cane, amato compagno, a farle calore.

Lui sarebbe venuto, sarebbe venuto per salvarla, portarla via da quel posto, quel luogo prima di pace, divenuto carnaio umano, senza sosta  né dignità, lui con quei suoi occhi viola, velati di dolore, ma ricchi di luce e speranza, amore, complici, le sue lunghe ali, il petto tracciato di cicatrici e sudore, gabbiano libero, selvaggio, lupo indomito, pettirosso  dalle ali di neve, usignolo potente, sarebbe venuto per lei: percorrendo quel cielo sopra la guerra, fra il fragore dei cecchini, il puzzo delle carni arse vive, il sentore di piscio stagnante, i cuori rinsecchiti divenuti ormai come fagioli nel petto dei cadaveri; sarebbe venuto col nome di Pace, e lei gli avrebbe mostrato quelle lettere scritte giorno per giorno, quelle poesie appuntate per lui, che non aveva mai smesso di vergare, i suoi haiku, il sogno che aveva di pubblicarli un giorno tutti insieme, in un libro dalla copertina morbida, profumata di stampa e di libertà. Gli avrebbe raccontato della guerra, di quei giorni, della fame, dei capelli lavati in catini di zinco insieme agli scarafaggi, le scarpe dalla suola bucata, i piedi freddi, inzaccherati di sangue, mentre lui l’avrebbe stretta regalandole il calore di un abbraccio, lei allora gli avrebbe sussurrato di non smettere mai di stringerla, confessandogli quanto le piacesse essere abbracciata, e lui sorridendo le avrebbe svelato, posandole le labbra sulle tempie, che l’aveva sempre saputo.

Con lui avrebbe potuto posare la sua mitraglia, quella che adoperava per difendersi, dono che un soldato sconosciuto le aveva fatto un giorno, indicandole di proteggersi.

Di lui avrebbe potuto sentire le mani callose sulla pelle, sul seno, senza paura, saggiarne la trama, abbandonarsi. Ci sarebbe stata pace. E insieme avrebbero letto mille altri libri, senza doverli più soltanto ricordare a mente, inesistenti fra le librerie scosse a suon di bombe. Lui sarebbe venuto a lei con una rosa, l’avrebbe riconosciuto da quella, una splendida rosa gialla. E mai più si sarebbero lasciati. “Hermes ti amo, ti amo amore mio, stanotte più delle altre notti”  incise ai lati del foglio “Ti aspetto, non tardare!” tracciando il suo ennesimo haiku _E resto / impigliata /nella tua anima. In attesa di farglieli leggere tutti di un fiato.

Ma la vita, in guerra, non va come si vorrebbe, mai.

E chiudendo gli occhi la giovane Mercedes quella notte, vinta dal sonno, nel suo letto dalle lenzuola dagli innumerevoli buchi e le coperte infeltrite donate loro dall’esercito, impregnate del tanfo stagnante delle caserme, stringendo a sé il suo quaderno, cullata dal dolce cadenzare del suo fedele cagnone a dormire lì accanto, non vide mai quei fuochi di luna in cielo, prendere i bagliori di una granata e disperdere le mura del suo rifugio in polvere di pietre e sangue. Canto di sacrificio intonato all’alba.

 

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