Il cielo sopra la guerra

(Tsuru)

Lettera 21. Dietro i vetri dilavati dalla tempesta, lentamente gli occhi di Penelope abbracciarono l’intero creato, dove sembrava che il cielo dovesse venir giù da un momento all’altro, tanto era potente lo scroscio d’acqua a rovesciarsi a secchiate, ed energico lo sferzare del vento a spazzar via ogni cosa, solo una torre al neon ad illuminare a brevi tratti la strada deserta, nessuna ombra in giro.

Le braccia conserte, i capelli lunghi raccolti nel velo a incorniciarle il viso, la gonna alle caviglie, dritta dietro la finestra, le palpebre di lei si serrarono all’ennesimo fulmine a illuminare di una macabra luce il terreno fangoso, e sulle sue labbra contrite si disegnò una smorfia di dolore. Quanto tempo era trascorso, da quando piccolina, aveva avuto paura di un temporale di tale portata, e quante notti erano volate via, da quando aveva cercato rifugio per l’ultima volta, fra le braccia di lui, a cingerla per proteggerla d’ogni male?.

Lui, il suo odore di colpo a inondarle i pensieri, il suo profilo, il sorriso, la pelle: Spartaco. Ancora una volta il suo viso le ri-apparve intatto agli occhi della mente, bellissimo, quel sorriso disarmante, una volta ancora, il loro vivere insieme, quella camera dalle mura scrostate, il loro letto che al farci sopra l’amore cigolava in maniera indecente.

Loro due, il loro sogno, il progetto d’amore condiviso oltre la carne, il sangue, il sentirsi uniti. Insieme. I suoi occhi raggianti nell’incontrare quelli di lui, disteso al suo fianco, mentre era intenta a disegnare i propri versi nell’aria, sognando la loro poesia. Spartaco lì, col suo petto ampio segnato dalle cicatrici, le spalle forti, il piglio bambino, lui, così attento nell’ascoltarla, una Casa Editrice Indipendente che stampasse di nuovo la poesia, in un mondo così avaro di purezza, una Casa Editrice soltanto loro.

“Non sarebbe bellissimo, Spartaco? Presto questa guerra finirà ne sono sicura, sicurissima, e noi ricominceremo a vivere, a scrivere, pubblicare, torneremo liberi!” i suoi lunghi capelli rossi sparpagliati sul cuscino “In Giappone è così, pressoché ogni Giornale ha una sezione riservata agli haiku, ogni giorno su di un Giornale locale trova posto una poesia assieme alle notizie più importanti! Ogni giorno!” le braccia ad allargarsi “Accanto ai comunicati di quotidiano orrore, spargimenti, sangue e dolorosa follia, trova luogo un soffio di poesia, un motivo per continuare a sperare! Io vorrei poter trasmettere questo!”.

Il tintinnare della pioggia, il buio, il silenzio greve della mezzanotte, là tra i cadaveri ammassati per le strade, ad incollarsi ai resti di carne crivellata esposta allo sguardo, le membra aperte pullulanti di mosche e sciami d’api, cervella schiuse a impastarsi con la melma senza riguardo alcuno, braccia violacee spalancate a croce lungo marciapiedi. Tutto ciò  che era rimasto della loro ridente cittadina, rigogliosa e piena di vita, divenuta di colpo un campo di battaglia martoriato dalla follia umana.

Penelope ripensò in quel momento ai suoi sogni, i capelli legati, i libri sottobraccio, le corse verso la sua Università, i sorrisi, la voce di lui a carezzarla dopo l’amore in quel loro appartamento: un tavolo e due sedie di numero, ma Libri ovunque “Diverrai una grande scrittrice di haiku!” le aveva detto Spartaco un giorno, quel giovane dagli occhi scuri, lui, incontrato per caso fuori la sua Facoltà, poche parole e non si erano più lasciati. Lui che amava la fotografia, lei la scrittura. Penelope ricordò i fogli sparpagliati fra le lenzuola, quei tre versi segnati in blu, il suo taccuino, le foto in bianco e nero, lui a segnarne i più belli “Il tuo Sogno si realizzerà, ed io ti accompagnerò, faremo tante piccole gru di carta, sai, loro indicano che i Sogni possono realizzarsi, e noi le faremo dalle ali ancora più lunghe, tante piccole Tsuru, perché i nostri sono Sogni più difficili!”

Poi le bombe, il dolore, la violenza, i pugni, e quel sogno a frantumarsi, quella Casa Editrice l’aveva immaginata da sempre nel centro del paese, tante scaffalature, una targa in ottone fuori la porta, una macchina stampante posizionata in un cantuccio, le immagini di copertina, le matite spuntate.

Poi quella blusa, lui a servire lo Stato, il mercato all’ora di punta, il corpo di Spartaco di colpo dilaniato sotto i suoi occhi dagli spari dei fucili nemici, la guerra a spargere sangue, e lei in quell’istante a capire che sapore avesse la morte, che forme possedesse la disperazione, Spartaco,  un fotografo freelance, il primo ad essere segnato sulla lista, i suoi scatti sovversivi a denunciare pura pazzia, il lasciapassare per chili di piombo a fermargli il respiro, lei solo una studentessa universitaria.

Eravamo nello stesso amore, in quel momento – non abbiamo fatto altro, per anni. La sua bellezza, i suoi pianti, la mia forza, i suoi passi, il mio pregare – eravamo nello stesso amore. La sua musica, i miei libri, i miei ritardi, i suoi pomeriggi da solo – eravamo nello stesso amore. Le sue dimenticanze, le mie certezze. Quello scrittore, Baricco, glielo ricordava.

Il capo di Penelope in quel mentre si piegò sotto il peso dei ricordi, e nel dilavare della pioggia a battere incessante, si chiese se in quel momento quell’acqua dal cielo stesse spurgando anche le strade dal fetore dei crani fracassati, dalle immagini di quel giorno a trucidarle ancora il petto, le urla delle donne, il braccio teso di Spartaco, la fiumara di folla, le mani dei soldati a tappare bocche.

I suoi haiku. E quel nome che non avrebbe mai più dimenticato “Interno Undici Edizioni”, lui le aveva sempre detto che quel nome le somigliava, perché la sua poesia era una porta aperta sul mondo.

Lentamente la giovane rivolse lo sguardo verso l’ultimo haiku che aveva scritto pochi istanti prima, tratteggiandolo su quel foglio trovato in quello che era divenuto il suo rifugio di fortuna Nella pineta/di foglie la pioggia/incolla i calzari, una poesia a ricordarle ancora l’odore della vita, mentre le fusa di Faber presero a intervallarsi alla furia del temporale, gattino rimasto orfano, che come lei aveva perso ogni cosa. E posando sul palmo della mano il suo haiku, Penelope lo soffiò oltre i vetri della finestra perché lui, di lontano potesse tenerlo con sé per quella notte “Ci sono notti che non accadono mai” ricordò le parole di quella poetessa. Nulla più sarebbe stato lo stesso.

Mentre un angelo, sedeva  sotto la  pioggia, senza un lamento.

 

 

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