Il cielo sopra la guerra

gio

Lettera 21. “Ci credi? Un giorno questa guerra finirà, ne sono sicura! Io lo immagino spesso quel giorno, sai?! E tu? questa battaglia cesserà di essere, il mondo non può finire, la luce non può morire, il cielo oscurarsi! La Vita deve continuare, e continuerà!”

Gli occhi di Olivia si levarono in quell’attimo dalla carta, cercando quelli di Mattia, fra l’eco delle bombe in lontananza, la nenia dei pianti di morte a saturare le strade, le urla disperate dei civili in cerca di aiuto; il creato a perire dietro i vetri di quella finestra, pronta a crollare, tra i calcinacci di ciò che una volta era stata una redazione accogliente e sicura, ridotta in polvere e macerie, ricovero di fortuna per chi cercava di mettersi in salvo dalla furia della guerriglia “Questo foglio resterà, ne sono certa, non dovremo più aver paura, riprenderemo a stampare Giornali, ogni giorno, non solo di nascosto, saltuariamente, censurati, e anche questo haiku per quanto piccolo… andrà oltre!”

I lunghi capelli di lei lasciati sciolti sulle spalle, liberi, la camicia bianca aperta sul seno, le scarpe dalle suole logore, Mattia la rimirò ferma contro quella scrivania, nel lento spogliarsi del vento, col suo cadenzare a scivolare sul lamento dell’artiglieria, avvolgendo il sentore dei corpi in putrefazione messi a marcire per le vie insieme ai vivi, fra il puzzo di piscio stagnante, lui al suo fianco, in piedi accanto a lei, carezzò quel foglio, perdendosi nel guaire impaurito di Enea, quel cucciolo che gli ricordava il suo, e li faceva sentire in qualche modo ancora più uniti.

Al lato di quella pagina Olivia aveva appuntato un haiku, lo faceva sempre alla fine di ogni articolo, quasi senza accorgersene, distrattamente. L’haiku,  la poesia di tre versi, che tanto amavano ambedue, e che la lotta aveva strappato loro, sostituendo i mitra alle penne.

Le penne, le matite spezzate, i ricordi: lui che aveva pianto di gioia, commozione, il giorno in cui Olivia aveva realizzato il suo sogno ed era entrata in quel Giornale, lui che amava la poesia quanto lei, lui che da anni riportava i suoi haiku tra gli  accordi sparsi della sua chitarra,  le strofe che aveva dovuto lasciare nel suo appartamento prima di partire ri-chiamato dalla morte e dalla devastazione, soldato al servizio del popolo, della guerra, della morte. “Luna_le tue ali/a colare sul tuo petto rivoli/di lacrime: il dolore” l’haiku che lei aveva vergato veloce. La mano del giovane cercò il muso umido del cagnolino per dargli coraggio, chetarlo.

Olivia piegò quella poesia e la infilò fra “Le memorie di Adriano” per nasconderlo, affinché i militari al loro arrivo non potessero bruciarlo, quel libro che avevano letto insieme, lei e Mattia.

Lei scriveva fra quelle mura i suoi pensieri, le sue denunce, la sua rabbia, la sua volontà di riscatto, Vita, speranza, insieme ad un blog indipendente che non conosceva riposo, ed era là che Mattia la raggiungeva ad ogni cessate il fuoco, pause infinitesimali dalla guerra, per poterla stringere a sé.

Il giovane chiuso nella sua mimetica d’ordinanza, squadrò quella ragazza senza pronunciare parola, sarebbe rimasto ore ad ascoltarla, a sentire quei versi camminargli sulle tempie.

Ricordò il giorno in cui per la prima volta l’aveva ri-incontrata, cresciuti insieme, l’aveva ri-trovata ormai donna, fra quelle rovine, le sue poesie sulla gonna, un naso rosso di gomma, il cerone bianco stuccato a coprirle il viso, due lunghe trecce, nell’ambulatorio tra i letti dei bambini, ad insegnare loro la conta delle sillabe “…e ora parliamo di cose belle!” la sua voce, i suoi haiku, come un trillo al suo orecchio, tra quei capannoni, lui col ferro al fianco. Adorava il suono dei suoi haiku, dei loro haiku, la melodia che producevano al loro avanzare, incalzare, rincorrersi, come neve, miele, nei suoi pensieri. L’odore della carta consunta sopra cui generare la poesia, in salvo dall’apocalisse che stava consumandosi attorno, lontano dalla miseria, dall’orrore, gli spargimenti, i ventri aperti, il dolore della gente.

Gli occhi del giovane tornarono freddi, taglienti.

Aveva scritto molti haiku prima della guerra, tanti, in Giappone aveva appreso all’età di dieci anni, quasi tutti i Giornali riservavano una sezione dedicata agli haiku, accanto alle notizie di ogni giorno, un monito di gioia, oltre la sofferenza della quotidianità. Gli era rimasto impresso nella mente in maniera indelebile, e sostenuto da lei aveva nutrito quel sogno “In molti momenti la poesia mi è venuta in aiuto!” le aveva confessato una notte dopo l’amore, distesi in branda, la canotta incollata al petto, quella cassa toracica così enorme che sembrava potesse contenerne due di cuori, lupo selvatico, la mimetica riversa sul pavimento, gli anfibi duri, lucidi al fianco, pettirosso dalle ali di neve, la bocca dal sapore di margherite selvatiche, i muscoli guizzanti delle braccia a disegnare cerchi nell’aria “Gli haiku mi hanno salvato la vita così tante volte!” Olivia adorava quegli attimi in cui il soldato lasciava il posto all’uomo.“Un giorno la pubblicherai la tua poesia,  Mattia. Gli haiku ne sono sicura, riporteranno la pace, parleranno ancora di giorni di gioia e risate di bambini!”.

In quel momento il capo di lui si piegò, tra le mura di quella redazione in rovina, nel sognare una vita migliore, dove la dignità umana fosse ritenuta ancora tale, un valore, e la dittatura non soffocasse col bavaglio, nel sangue, la poesia, le idee delle persone. Chiuse lui le dita a pugno, su quell’ultimo haiku, con labbra tremanti.

Entrambi muti, attoniti, sullo scenario di quel mondo in distruzione, mentre nella sua testa presero ad echeggiare, gelidi, i passi di Olivia ad uscire dalla stanza, seguiti dal ringhiare di Enea.

E zitto, lui, serrò i suoi begli occhi viola, colmi di lacrime, percependo fremere quelle scapole dietro la sua schiena a dolergli, proprio laddove un tempo erano state le sue ali.

 

 Photo: Giovanni Consarino I tanti volti di Gerusalemme… (da Viaggio Israele-Palestina)

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