Il cielo sopra la guerra

ggggiooooo

(Lettera Ventuno)

Lettera 21. “Mattia amore mio, come vorrei che questi petali di ciliegio che cadono così lievi adesso, potessero ricoprire col loro manto le brutture di questa guerra. Questo mondo di creature in lotta fra loro, perenne”.

Osservava la giovane Olivia, la pioggia di fiori mossi dal vento, a cadere dietro i vetri della finestra, perdendo lo sguardo oltre il buio della città addormentata “Come sarebbe bello se questa coltre rosa potesse fungere stanotte da velo separatore, da silenzio, da pace, da ri-costruzione; portando con sé di nuovo la serenità di notti di luna, di sogni, di fuochi in cielo che non fossero di bombe, cancellando l’eco in lontananza di pianti d’agonia e urla disperate” abbassò gli occhi sui corpi ammassati lungo le strade, cadaveri offerti allo sguardo, riversi tra la polvere di quei cimiteri a cielo aperto.

“Come sarebbe bello se si potessero udire di nuovo i grilli e le cicale come una volta annunciare la primavera, e l’aria potesse profumare ancora di viole e fiori d’arancio. Senza dover più drizzare l’orecchio, teso, al richiamo del nemico ad avvisare col suo incedere, il proprio passaggio di devastazione e morte, nella folle, insensata corsa verso l’ultimo fucile da imbracciare per ripartire” legò i suoi lunghi capelli, cullata dal sonno beato del suo fedele cagnone lì accanto.  “Come lo desidererei…”.

Mattia, il suo bellissimo soldato di pace, sarebbe tornato, per avvolgerla fra le sue ali e portarla via da quei luoghi di massacro, giovane forte e coraggioso, dagli stupendi occhi viola, pieni d’amore, complici, quella sua mimetica incollata addosso, a fasciargli il petto tracciato di cicatrici, cassa toracica enorme che sembrava potesse contenerne due di cuori, sentiero indomito, lupo selvaggio, pettirosso  dalle ali di neve, la sua bocca dal sapore di margherite selvatiche. E lei gli avrebbe mostrato allora tutte quelle lettere scritte ogni giorno, le poesie composte per lui, i suoi haiku, gliel’avrebbe letti dopo l’amore, stretta fra le sue braccia, sussurrandogli di non smettere mai di stringerla. “Ti amo, ti amo amore mio, stanotte più delle altre notti”  incise ai lati del foglio la sua poesia “Ti aspetto, Mattia, non tardare!”, il suo ennesimo haiku, in blu,  Sulle mie labbra/a tremare: miele ed acciaio/il tuo nome. In attesa di farglieli leggere tutti di un fiato.

 

Quanto tempo avrebbe potuto dormire quella notte, prima che il segnale d’allarme avesse preso a trillare nuovamente invitando tutti al risveglio, e a dover chiudere lei, il suo corpo di donna in un logoro scialle per fuggire? La notte non era fatta per la guerra, e il cielo per ospitare la rabbia degli uomini …

Foto Giovanni Consarino (dall’Album “Viaggio Israele-Palestina”)

 

 

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