Il cielo sopra la guerra

(Hermes)

Lettera 21. “Ascolta questa!… dai, questa è bellissima!” si rivolse il giovane  in direzione del suo cagnone, ruotando sul pavimento, seduto fra quel caos indescrivibile che era l’appartamento dove abitavano. Adorava quei momenti di notte, quando il buio copriva di silenzio ovattato ogni cosa e il rumore sordo dei mortai in lontananza, finalmente sembrava trovare tregua. Una finta sosta che sapeva dello stesso sapore della pace.

Un pizzico ancora alla corda della sua chitarra e il fedele Akira a trotterellare al suo fianco, per godersi quei momenti di gioia serena. A piedi scalzi, il torso nudo, con addosso solo i pantaloni della mimetica, Hermes ridiventava un bambino ad imbracciare quella sua chitarra, fra il disordine delle bottiglie vuote sparse a caso, la confusione delle matite spuntate e i suoi haiku scritti col blu. Le sue amate poesie che lui adattava a far divenire canzoni.

Una carezza ad Akira, che sul muso l’amava. Troppo tarda l’ora, troppo silenzio, le altre anime delle umane genti addormentate di cui bisognava rispettare il sonno, e le corde a tacere. “Bisogna far silenzio adesso!” sussurrò il giovane al compagno dal pelo color miele, posando la sua musica nuda. Hermes adorava la notte come la pace, che sembrava non dover mai venire. E lasciando lo strumento prese a contemplare fuori dalla finestra le lunghe spighe di grano a gongolare sotto i riverberi della luna alta in cielo, riempiendosene gli occhi, i suoi begli occhi viola che da tempo non si vestivano d’altro che di orrore e morte, fermo immagini di mitraglie e ferro, pelle squarciata come stoffa da rammendo.

Chissà se quelle estati di papaveri e girasoli, trascorse a correre sulle pietre arse dal sole sarebbero mai tornate, così come le cicale e le libellule ad annunciare coi tuoni la festa della pioggia, a portare nuova vita fra i campi e odore di buono nei granai. Oro / figli di un temporale / i girasoli segnò il suo ultimo haiku, lasciando l’inchiostro ad asciugare sulla carta. Una carezza fugace sul testone di Akira e il giovane s’infilò con una sola falcata sotto la doccia, pensando a quanto, quella guerra gli stesse succhiando via il sangue e le energie nell’impermanenza dei giorni: sui volti di quelle donne a morire, le loro urla, le suppliche agonizzanti, le preghiere spiegate al vento con nastri di rose, nei loro grembi scuoiati, avvizziti di fame e miseria, fra le loro gambe dove venivano alla luce creature partorite nel fango di pantani maleodoranti, misti a putride membra di corpi arsi vivi, sorrette dai loro uomini dalle dita ancora sporche di brandelli di cervella, sopra lacrime d’aborti di fantasia e carne.

Di colpo una zampata di Akira alla porta chiusa del bagno lo riportò ancora una volta alla realtà, facendolo trasalire, e sorridendo per quel suo affetto sincero, sentimento puro a prescindere, azionò veloce la manopola dell’acqua, stringendo i denti, nel lasciare che quel gettito fungesse d’assoluzione sul suo viso, e scorresse limpido lungo la sua schiena a dilavare quei due solchi di rosei graffi crudi, scavati, laddove erano state le sue ali. Vuoto. Sottopelle, non aveva più risposte, il resto lo avrebbe chiesto alla polvere…

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...