Il cielo sopra la guerra

“Rain”  

Lettera 21. Lento lo sguardo di lei si levò dal foglio che aveva sotto le dita, su cui stava scrivendo con minuta grafia, e alzandosi dalla sedia evitando senza successo che rigasse col suo fastidioso rumorio il pavimento, si diresse verso la finestra a contemplare muta lo scrosciare della pioggia a dilavare il creato intorno. Erano giorni cruenti quelli, forse i più tremendi dallo scoppio di quella carneficina senza tregua, e senza orgoglio che gli Umani chiamavano col nome di Guerra; un furioso attacco era venuto a segnare le ultime ore in maniera indelebile, e ogni cosa sembrava crollare, venire giù a catena sotto i bombardamenti a ripetizione.

Come a rallentatore le immagini dell’ultima settimana presero a scorrere nella mente di Ylenia, sovrapponendosi: i cadaveri sparsi per le strade, il fumo scuro, la cenere incollata ai resti di carne crivellata esposta allo sguardo, i corpi ammassati, pullulanti di mosche e sciami d’api, fermo-istante di labbra sdentate, cervella schiuse a impastarsi con la polvere senza riguardo alcuno, braccia violacee spalancate a croce lungo marciapiedi a far da cimitero senza nome.

“Non è facile alzarsi la mattina e mettere i piedi nel fango. Non è facile, dopo essere stati tutto il giorno fuori sotto il sole, ritornare alla base e fare un chilometro a piedi solo per lavarsi. Non è facile aprire il pc e vedere che tuo figlio piange nel guardarti in webcam perchè vorrebbe abbracciarti e non è affatto facile rifare tutto questo per mesi e mesi. Eppure ci sono ragazzi che mettono da parte se stessi e quello che amano di più, per l’amore del tricolore che portano sul braccio. Continuate così Ragazzi! La vostra forza è il nostro sorriso…”* le parole scritte sui Giornali di quella mattina, sotto i titoli cubitali del quotidiano ad aprire il nuovo giorno. Racconti. Narrazioni. Fette di vita vissuta, vera. Purtroppo.

La terra di nuovo a tremare attorno a lei, furiosa, implacabile, al sovvenire dell’ennesimo bersagliamento a scuoterle la testa, e d’istinto la giovane si portò le mani a coprirsi le orecchie, chiusa in quella classe traballante, ciò che restava di una scuola un tempo piena di risa e grida di gioia, voglia di imparare, di cultura, sapere. Lei, fra quelle mura, puntuale, i suoi sogni, le sue speranze, i fogli degli appunti disseminati sul pavimento fra le matite spuntate, i corsi all’Università così difficili da frequentare, fra il pericolo dei fucili perennemente puntati sulla nuca.

Il suo desiderio di denunciare con la parola le ingiustizie e riempire il mondo di nuova poesia, a renderlo un posto ancora vivibile per gli Esseri Umani, degni di questo nome “In Giappone è così, pressoché ogni giornale ha una sezione riservata agli haiku, ogni giorno su di un Giornale locale trova posto una poesia assieme alle notizie più importanti! Ogni giorno!” stava ad osservarla muto, al suo fianco, nudo, scalzo, Hermes, angelo bellissimo dai lucenti occhi viola, colmi di dolore accesi, i lunghi capelli neri raccolti al lato destro del viso, lei in piedi in quell’aula universitaria, con la sua gonna blu, logora, lunga alle caviglie, le braccia ad allargarsi, matricola piena di illusioni “Accanto ai comunicati di quotidiano orrore, spargimenti, sangue e dolorosa follia, trova luogo un soffio di poesia, un motivo per continuare a sperare! Vorrei poter trasmettere questo!” un altro colpo di mortaio a farla tremare, lei a serrare i denti in attesa che qualcuno dei professori rimasti, venisse a far lezione, almeno per quella volta. Nascosti i libri sotto i rialzi della pavimentazione, messi al sicuro, affinché i soldati entrando, non potessero portarli via, né bruciarli. Le ginocchia di Ylenia a tremare, lo sguardo a rivolgersi fuori verso una margherita a ondeggiare sotto la pioggia, il miracolo della natura, laddove ancora nascevano fiori, una margherita, un fiore, ciò che di più amava, desiderava quella mattina il suo cuore. E l’angelo chiudendo gli occhi all’ulteriore boato a sottolineare lo scempio della Vita Umana, graffiandosi il petto, conficcando le unghie nella pelle, posò lo sguardo su quell’haiku scritto da lei, col gesso, sulle croste delle mura deturpate Acquazzone/Dondolano sottili/ I pensieri.

Fondendo la sua speranza con quella ragazza, certa che la sua poesia, quella no, non sarebbe mai andata perduta sotto il giogo della violenza, e sarebbe arrivata ben oltre quelle macerie, a mettersi in salvo, cambiare il mondo, anche senza di lei, lei, che le aveva dato le ali per volare verso la pace.  

  

 

 

*Fonte: Passione Militare 18/11/2011

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