Il cielo sopra la guerra

(CREUZA DE MÄ)

Lettera 21. Lente le sue dita tremanti, presero a carezzare quel respiro, dolcemente, con delicatezza infinita, con cura lungo tutta la sua riga, cullandoselo nel cuore, quel muscolo furioso a battere indomito nel suo petto, scaldandolo col proprio fiato.

E perdendo lo sguardo oltre l’immensa distesa d’acqua, ad aprirsi coi suoi flutti al passaggio della nave, udendo il canto forte del mare battere  contro i fianchi dell’imbarcazione, tagliando la sottile coltre di nebbia a impregnare il buio, Mattias strinse i pugni, sullo scempio della natura umana a divorare se stessa.

La nave lo stava lentamente portando via da quelle terre sventrate d’odio e furie di granate, quell’incessante desiderio di sangue e carne a ingollare Anime Umane, quei brevi cessate il fuoco, un’utopia sempre più invocata, dovuti più alle necessità che al fermarsi dei fucili nemici, quel velo di pace momentanea, ad avvolgere i cadaveri ammassati lungo le strade, coprire i crani fracassati, posti a far bella mostra di sé, cimiteri a cielo aperto, le membra squarciate, tracimate tra le urla disperate dei superstiti, le armi a battere incessanti.

Lui su quel bastimento, la notte intorno, muto, gli occhi lucidi, il russare lieve degli altri ospiti ammassati nelle cabine a provenire lontano al suo orecchio, la canotta nera a fasciagli i muscoli, quella cassa toracica così ampia che sembrava potesse contenerne due di cuori, selvaggia, furente, ereditata dalla sua progenie, sangue mischiato al seme della terra, parte di nuvole e radici, vento e foglie, passero di dicembre, uomo, lupo selvatico, braccio integerrimo, libero, invincibile.

Muto, lui in piedi, a contemplare in silenzio, attonito, quel momento di quiete, assaporandone il brivido.

Pace, Amore, Rispetto, Vita, parole così abusate, così dimenticate.

Scalzo, solo, piegò le proprie ali, portando alle narici lo stelo di quella splendida rosa rossa, scarlatta, “Princesa”, dai petali carnosi, che teneva a dondolare tra le dita, annusandola fin nel cuore, mentre lenta una lacrima prese a inumidirgli le ciglia socchiuse, rossa, vermiglia, quella rosa nata dall’ultimo anelito in vita di anime innocenti, inchiodate al loro destino, nate semplicemente nella parte sbagliata del mondo, scarlatta, dello stesso colore del sangue, così malinconico, vivo, vero.

La polvere della morte, l’alito sublime della vita.

Zitto, levò lo sguardo, quei suoi occhi, due braci viola di dolore accesi, proteggendo quel respiro, chiudendolo stretto nel palmo, difendendolo con foga “Princesa…”, quel bocciolo puro, a stringerlo, impastandolo a divenire poesia “Luna_la guerra/a piedi nudi un angelo/piange le sue ali, attento, più forte, ancora di più.

Quanto tempo sarebbe passato prima che il segnale d’allarme avesse preso a trillare nuovamente? Quella rosa non era fatta per la guerra, e il cielo per ospitare la rabbia degli uomini …

 

 

 

 

 

 

                                                                                                       

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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