Il cielo sopra la guerra

(la Fata Bianca)

Lettera 21. Lentamente la giovane Fata sollevò la sua lunga veste turchina per non inciampare, e alzandosi dal pavimento dove era stata scaraventata dal fragoroso schianto a far rimbombare intorno mensole e pareti, raccolse il voluminoso Libro dal quale era stata sbalzata fuori e lo richiuse con delicatezza infinita, trattenendo a stento le lacrime.

Era stato quello un boato più forte degli altri, di tale potenza distruttiva da farla venir fuori dalle pagine stesse della fantasia, dov’era nata dalla penna dei sogni, scagliandola al suolo.

Erano giorni cruenti quelli, forse i più tremendi dallo scoppio di quella carneficina senza tregua, e senza orgoglio che gli Umani chiamavano col nome di Guerra; un furioso attacco era venuto a segnare le ultime ore in maniera indelebile, e ogni cosa sembrava crollare, venire giù a catena sotto i bombardamenti a ripetizione.

E ritrovandosi in una stanza tetra e desolata, dalle mura scrostate, e le finestre dei vetri distrutti, la creatura sentì forte un senso di gelo attanagliarle lo stomaco. Volgendo la vista fuori da quel che restava di quegli infissi in bilico, contemplò muta i cadaveri sparsi per le strade, il fumo scuro, la cenere incollata ai resti di carne crivellata esposta allo sguardo, i corpi ammassati, pullulanti di mosche e sciami d’api, fermo-istante di labbra sdentate, cervella schiuse a impastarsi con la polvere senza riguardo alcuno, braccia violacee spalancate a croce lungo marciapiedi a far da cimitero senza nome, e piegò il capo.

Era dunque quella che gli Umani chiamavano col nome di Guerra, e di cui lei tante volte aveva letto nelle pagine in cui era vissuta, provando un orrore profondo. Era quello scempio bagnato di lacrime e sangue, che gli Umani adoperavano sulla Terra in nome della “loro” ragione. E stringendo le labbra la fata Bianca, sentì una lacrima bagnarle la guancia.

La terra a tremare ancora sotto i bombardamenti, lei a portarsi le mani alle orecchie.

Voltandosi intorno riconobbe quelle pareti spoglie e desolate, provando una stilettata lacerarle il petto, un tempo quella era stata una Scuola, piena di risa, respiri, voci, canzoni di ragazzi, lei ne aveva udito le chiacchiere e i pensieri, gioendo sin dal primo giorno in cui vi era stata portata, una Scuola piena di giovani dal desiderio di ascoltare Favole e immergersi in rocambolesche avventure. Poi il silenzio, rotto soltanto a tratti da quei rimbombi, tumulti di morte, uguali a quello che pochi istanti prima, l’aveva fatta fuoriuscire dalla pagine del suo Libro.

Fuori, era quella la Guerra: un mondo senza più Umani, senza più risa, libri, senza più favole, dove lei non riusciva a respirare, stretta dal fumo acre delle munizioni, i suoi begli occhi viola si chiusero in silenzio. E spostandosi fra i banchi rovesciati, le matite spuntate sparse alla rinfusa, i quaderni lasciati aperti, si diresse verso la cattedra, dalla quale un tempo un uomo era stato solito sfogliarla, declamando a gran voce a gioventù attenta le vicissitudini del suo mondo, raccontando loro le storie adatte a colorare il buio della paura. Scalza, silente, Bianca, vide la sedia di lui vuota, spostata, immobile, e sulla scrivania un foglio su cui campeggiava segnato in minuta grafia un haiku scritto con inchiostro blu Pioggia/tra petali di ciliegio/la primavera Una poesia. I suoi versi, quelli che lui appuntava di tanto, in tanto, tra una lezione e l’altra, la sua anima, il suo sogno di denunciare con la parola le ingiustizie e riempire il mondo di nuova poesia, a renderlo un posto ancora vivibile per gli Esseri Umani, degni di questo nome, accanto ai comunicati di quotidiano orrore, spargimenti, sangue e dolorosa follia, un soffio di poesia, un motivo per continuare a sperare! Il Professore, si, lei ne ricordava perfettamente la voce “L’Amore è la risposta!” era solito dire, e nel pronunciare quella frase il suo viso diveniva dolcissimo,  gli occhi pieni di luce, Bianca a quel pensiero sentì stringersi il cuore, scoprendo sul pavimento distrutta la sua bacchetta.

 

 

 

 

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