Haiku. Jack Kerouac

L’haiku è un genere poetico tipicamente giapponese, ma affascina anche gli occidentali: oltre a quelli dei grandi maestri nipponici dedicati all’autunno, all’inverno e alla primavera e a quelli di viaggio di Matsuo Basho, abbiamo già incontrato gli haiku del poeta uruguaiano Mario Benedetti e quelli dello scrittore argentino Jorge Luis Borges. Ora, leggiamo quelli di Jack Kerouac (1922-1969), esponente di punta della Beat Generation americana, autore del celebre Sulla strada. A iniziare Kerouac agli haiku fu un poeta, Gary Snyder, da lui incontrato nel 1955: gliene parlò nelle lunghe serate di romitaggio durante la scalata compiuta al Matterhorn, sulla Sierra Nevada. Ne pubblicherà un libro,Trip Trap: Haiku on the Road from SF to NY, nel 1959. Altri saranno poi antologizzati nel postumo Il libro degli haiku nel 2003. Kerouac ne coglie l’essenza, ma riveste quella loro tipica suggestione naturale e stagionale con la cultura americana: ecco allora affiorare qua e là campi di baseball, orchestrine jazz, l’America rurale e quella industriale.

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Gli uccelli cantano
nel buio.
Alba piovosa.

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Trombone jazz,
Tende che si muovono,
Pioggia di primavera.

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Notte perfetta di luna
rovinata
da liti in famiglia.

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Campo di baseball vuoto
un pettirosso
a salti per la panchina.

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Eternamente libero
e sensibile,
il gioco della nuvola.

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Scende la sera
la ragazza dell’ufficio
scioglie la sua sciarpa.

(da Il libro degli haiku, 2003)

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