Il cielo sopra la guerra

(Adrian) 

Lettera 21.  Era là, gelido, bellissimo, disteso sul basamento, supino, inerte, sorriso radioso fermo sulle labbra, la fronte fiera nel sonno addormentato, il sonno degli eterni, il volto di gesso, istantanea di un attimo fermato dal tempo a divenire infinito, le mani lungo i fianchi, non giunte come il caso avrebbe voluto, o meglio il protocollo imponesse, ma libere, lungo il corpo, il palmo rivolto verso il basso.

La crivella di munizioni che gli era stata scaricata in pieno petto, si diceva gli avesse lasciato più di un proiettile ancora incastonato fra le trame del cuore, steso, immobile, il giovane vestito ancora della sua alta uniforme, compìto, superbo, composto nella postura dritta dell’attenti, non sembrava affatto un cadavere agli occhi di lei, ma soltanto lui, il suo amato, il suo compagno, visto da una diversa angolatura, ritratto orizzontale, pronto per scattare ai comandi, come sempre, come sempre era stato, all’erta ad ogni ordine, segugio scaltro, lupo stratega, furbo, abile, passero bellissimo dagli occhi d’ambra e il canto blu come il cielo.

Come lei l’aveva conosciuto, anni addietro, un giorno per caso attraversando la strada, fermando lo sguardo fra i tavolini di un bar all’aperto. Il suo dolce sposo di qualche ora appena. Odorava la stanza ferale di sangue rappreso, il suo sangue, il sangue di quel cuore, il suo cuore, il cuore che l’aveva scaldata, amata, conosciuta, in cui si era ri-conosciuta, che l’aveva resa donna, le aveva insegnato la gioia, l’amore. Le mani ancora sporche, erano state ripulite in fretta dagli altri commilitoni con polvere di scagliola, per renderle presentabili, ma non in modo perfetto, doveva essersi portato d’istinto le mani al petto e aver stretto forte più volte, premendo, nel sentire il piombo trapassargli il petto e l’anima, all’atto di essere colpito; le sue dita, le stesse che l’avevano carezzata, amata, mille e mille volte, troppo, troppe poche ore. Nausicaa lo guardò in volto, serrando subito d’istinto le palpebre, come per cancellare l’immagine di una realtà troppo grande per lei, presa a prestito da un libro di macabra fantasia, e chinando lenta il capo, strinse i pugni in grembo, inginocchiata al suo cospetto; inebetita, incredula, risollevò a fatica la testa nuovamente per ripercorrere con lo sguardo quelle labbra esangui, carne, lunascarlatta di festa e di gioia, spente, e muta una lacrima le scese lungo le gote, rigandole i pensieri. “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior” ripeteva sempre lui lo stesso ritornello ogni giorno, fin quasi a sfinirla, a farle levare gli occhi in alto, la voce che udiva già provenire dalla scale ad annunciarle il suo ritorno a casa, la sua filosofia; l’amava lui quel Fabrizio De Andrè, Faber con più affetto, sempre in direzione ostinata e contraria, l’amava in modo smisurato, e  lei a furia di sentirlo ne aveva imparato a memoria i testi. Infondo piaceva molto anche a lei quel poeta della musica, e ascoltando le sue storie, minute filastrocche, scriveva gli haiku più belli appuntandoli in un vecchio quaderno a righe “Li pubblicherai tutti! Diverrai una grande scrittrice di haiku, la più grande!” sorrideva lui, quando ancora non erano sposi, e vivevano già insieme, abbracciandola stretta di notte nel loro letto di nuvole e sogni, era un gran sognatore, forse più di lei, che intesseva fra i propri versi trame d’angeli dalle lunghe ali, silenzi di seta e gli occhi viola puliti a mirare l’orizzonte; e puntualmente curiosa gli chiedeva d’indicarle lo haiku più bello Niente di me / Una piuma blu, lune storte/ Fogli sparsi, segnava ogni volta lui “Perché sei tu!”.

Portandosi in piedi, Nausicaa, facendosi forza sulle ginocchia piegate in preghiera in prima fila, in quella stanza adorna di bandiere e fiori, gli si avvicinò e posò le sue dita sul dorso di quella mano, dov’era ancora infilata la vera, lucida d’oro e sangue, e con la mente lo strinse a sé il suo amore, quasi a volergli ri-dare col proprio fiato la vita, angelo, fantasma, di colpo sposa e vedova, martire di guerra, una parola senz’anima, senza sangue, guerra: quella violenza gratuita che nelle loro strade stava facendo incetta di carne, carne d’Essere Umano, fusello fragrante, divorandone ad libitum il meglio, spezzandone midollo e ossa. Le bombe avevano brillato ancora quella mattina sventrando piazze e scuole, i caseggiati antistanti erano stati completamente rasi al suolo e le fiamme alte avevano divorato gli alberi agli argini, investendo il cielo di resti macellati, quelli degli sventurati malcapitati troppo vicini allo scoppio; uno degli ennesimi agguati, lo si era definito “in gergo” quell’agire di vigliaccheria, supplizio e strazio erano le parole più semplici: ma vere.

Nell’aprire gli occhi Nausicaa posò al suo fianco una rosa: blu. Lui amava le rose, tantissimo, in special modo quelle bianche e quelle blu, bianca come lei, diceva sempre, e blu ribatteva di rimando lei “Come Te!”.

“Bluebelle”, “La rosa Bluebelle” avrebbe chiamato quella, posta accanto al suo sonno, perché bella quanto lui, il suo amore, quella rosa, lui. L’ultimo anelito di vita in terra, di un giovane uomo macellato all’alba al suo supplizio, un flagello troppo cruento, violento, feroce, per restare relegato ad un pezzo di paradiso soltanto e non essere urlato al mondo intero, come ingiusto sacrificio carnale: goccia d’inchiostro sopra boccioli candidi d’anima di rugiada bagnati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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