Il cielo sopra la guerra

(Rain ed Enea) 

C’era una volta, un giovane lupo dal pelo fulvo e gli occhi di una cangiante tonalità viola scuro di nome Enea, forte e coraggioso, dolce ed altruista, il lupo viveva all’interno del suo branco, nel rispetto della natura e dei suoi simili, cercando di divenire ogni giorno una creatura migliore.

Amante della pace e dell’armonia, della vita e la sua preziosità, chiamato ad essere un giorno il capobranco, fiero di essere al mondo, grato per le bellezze ricevute in dono: il cielo infinito, l’acqua cristallina, il canto degli uccelli, lui non riusciva a capacitarsi del motivo che spingesse invece l’Uomo in cerca della Guerra, lo portasse col suo tonante bastone a lanciare fiamme, morte e penuria ovunque, distruggendo tutto ciò che aveva intorno e sconvolgendo le loro esistenze.

Costretti ormai da tempo nella foresta, sotto il giogo potente e sanguinario della Guerra voluta per mano umana, che portava l’uomo a bruciare ogni zolla di terra con le sue granate, saccheggiare e depredare alberi e cespugli, distruggendo così i loro punti di ricovero notturni, il loro cibo e l’acqua, fiacchi ed affamati, i poveri abitanti del bosco, non avevano conosciuto in quel periodo che brevi, sporadici, momenti di quiete, perennemente sotto la mira dei bombardamenti.

E stanco e sopraffatto, quella notte Enea, sollevando il muso verso il cielo a puntare la luna, si chiese ancora una volta perché la pace non dovesse regnare sovrana ogni sera, il silenzio non dovesse perdurare, perché invece fossero sempre accesi fuochi di mortai senza tregua, ed i fiori intorno strappati, percossi a ripetizione da spranghe di ferro, perché l’Uomo volesse la Guerra, non riusciva a comprenderlo.

E voltandosi adagio, ricordando come fosse stato meraviglioso il tempo in cui non esistevano sottofondi di bombe e urla di morte, lo sguardo del lupo si perse in quello della giovane Rain, lupacchiotta dal pelo bianco e gli occhi color dell’ambra, avvicinatasi a lui in quel momento.

Nati di primavera, cuccioli entrambi, erano cresciuti praticamente insieme senza mai lasciarsi. Fare amicizia era stato facile, era bastato uno sguardo,  mentre iniziavano a bere alla stessa fonte imparando a non cadere in acqua, lei, lupacchiotta docile e curiosa, lui fiero e bellissimo con quel suo piglio dolcissimo. Era stato semplice aprirsi, volersi bene, ruzzolare nei prati fra l’erba fresca, godere del sole e dell’aria pura. Rincorrere l’arcobaleno, fermarsi con le farfalle, e poi al sopraggiungere della prima gelata, scoprire la stessa identica voglia di restare vicini, dividendo il giaciglio invernale.

Poi erano venuti i fucili, il passo dei soldati, gli anfibi delle loro parate d’ordinanza, quelle pallottole di ferro, le case deserte, i pianti dei bambini. Rain aveva cominciato a conoscere la paura e lui pure. Insieme, senza mai lasciarsi. Ed al contempo la bella lupa aveva incontrato la poesia per mano stessa dell’uomo, innamorandosi di quei versi nobili e delicati che facevano vibrare la parola, ascoltata per la prima volta un giorno, recitata dalla bocca di un soldato durante un momento di pausa, era corsa subito da Enea a confessargli quella scoperta col cuore a mille, decantando quanto fosse ricco e bello l’animo dell’essere umano privo del seme della guerra.

“Come possono recitare poesie così belle e poi fare la Guerra? Ascolta questa poesia, è un haiku, Cercami-/stanotte fra le righe/ dei tuoi pensieri.  Non è bellissimo?”

E da allora anche lei, aveva preso a comporne di bellissimi nella sua testa, recitandoglieli di notte, durante le pause della guerra, quando non erano intenti ad ululare e fuggire per cercare riparo.

Anche quella sera, Enea si avvicinò al muso della sua Rain, carezzandola, il solstizio si stava nuovamente avvicinando, ed i due lupi presero a dirigersi verso la loro grotta, l’uno accanto all’altra.

Ma di colpo l’urlo di un soldato, nascosto fra la sterpaglia, tagliò l’aria ferocemente “Lupi!”, ed una pallottola sparata dritta con crudeltà, colpì Rain gratuitamente, uccidendola, mentre Enea inerme, con gli occhi sbarrati, ringhiò al cielo il suo strazio, impotente, impazzito di dolore, senza riuscire per l’ennesima volta, a capacitarsi di tutto ciò che stava avvenendo attorno, nel mondo. Senza capire il perché della parola: “Guerra”.

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