Il cielo sopra la guerra

( Olivia  )

Lettera 21. Voltando il viso sul cuscino la donna percepì quelle piccole dita infilate nei suoi capelli, stringere forte, e rimanendo inerte per non svegliare la bambina al suo fianco, sorrise sprofondando la testa nella federa bianca, la sua Olivia stava dormendo. La loro Olivia. E la sua manina teneva ben saldo un suo nodo, mentre sognava chissà cosa.

In quella camera dalle mura scrostate, resistente sotto i bombardamenti nemici, la notte sembrava talvolta così piena di mostri. I mobili attorno a muoversi, il ticchettò degli oggetti in moto perenne dagli inizi dei bersagliamenti, i bicchieri, il tremolio del tavolo, i libri nascosti sotto il letto, le sedie. I rimbombi delle granate divenivano ogni notte più persistenti, paurosamente vicini, le pause del cessate il fuoco un’utopia sempre più breve.

La donna chiuse gli occhi, Olivia si era addormentata subito quella sera, dopo l’ultima fiaba, le piaceva tantissimo quando lei, chiudeva le storie sorridendole con la stessa frase di Chesterton “Le fiabe non raccontano ai bambini che i draghi esistono. I bambini sanno già che i draghi esistono. Le fiabe raccontano ai bambini che i draghi si possono sconfiggere”  le piaceva addormentarsi così “Ed ora anche papà sta lottando contro i draghi?” le chiedeva sempre, con gli occhi semichiusi, cercando invano di resistere al sonno “Si, e un giorno tornerà, tornerà presto!” le rispondeva affidandola al riposo.

Olivia le dormiva accanto, gli occhi serrati, il suo respiro, la delicatezza, la forza di quella manina che le prendeva una ciocca per tenerla stretta tra quelle minuscole dita, a dormire insieme, stesso cuscino a divenire culla, l’uno nel cuore dell’altra. Olivia bellissima. Quegli occhi neri, quella stessa identica espressione, quello sguardo, il suo nasino, la pelle delicata, il respiro, quella bocca perfetta, a cuore, bocciolo di rosa, le gote, i boccoli, ribelli, lunghi neri sparpagliati, eccessiva, piena di vita, in quel sonno un angelo beato,  gli angoli delle labbra, gli stessi, le sopracciglia, il mento. Piccola, forte Olivia, e lei ad immaginarla già grande, quella sensibilità fatta donna, parimenti, uguale a Lui, stessa Anima, stessa carne, stesso sangue. La sentiva tirare, sforzandosi di capire cosa stesse sognando. Risentiva in lei il sapore di quell’uomo, dei suoi baci, delle sue mani a stringerla, le notti d’amore, il suo petto immenso a scaldarla, lo scambiarsi i sogni. Avrebbe potuto dire con certezza il momento in cui il seme di lui era diventato quella bimba, frutto in lei, l’attimo in cui nell’amore si erano scambiati la vita, rendendola eterna, e lei stretta a lui non aveva desiderato null’altro che contenerlo tutto. I loro sogni, tanti, il desiderio di una Casa Editrice Indipendente, lui fatto di sogni, di colori e parole, solo nuvole e cielo. Il loro desiderio di riempire il mondo di nuova poesia, a renderlo un posto ancora vivibile per gli Esseri Umani, degni di questo nome “In Giappone è così, pressoché ogni giornale ha una sezione riservata agli haiku, accanto ai comunicati di quotidiano orrore, spargimenti, sangue e dolorosa follia, trova luogo un soffio di poesia, un motivo per continuare a vivere! Ogni giorno! Sarebbe bello poter trasmettere questo!” Una Casa Editrice soltanto loro, il loro sogno, prima della guerra, lui che sapeva camminarle dentro. I suoi occhi quando brillavano nella poesia. Ricordava ancora quella notte, prima di partire, lui accanto alla finestra, anche allora Olivia già dormiva, e lo sguardo dolce di quell’uomo  a carezzarla “Ci sono notti che non accadono mai…Alda Merini, non è strepitosa?” E lei a quel pensiero, ricordò l’haiku che aveva scritto dopo cena, mentre Olivia l’aiutava ad asciugare i piatti, lasciato poi sulla scrivania, illuminata dalla luna, quella poesia a urlare diretta contro quel cielo sopra la guerra  “Luna_la guerra/a piedi scalzi un angelo/piange le sue ali”. Lui sarebbe tornato per loro. Ne era certa.

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