_angelisenzamemoria

Lettera 21. La sua Poesia. In quell’istante Mattia sollevò la testa dal foglio, adagio, puntando fuori dalla finestra il lento calare delle tenebre, l’imbrunire coi suoi colori accesi di rosso e d’oro, capaci ancora di emozionarlo con la loro forza, nonostante si trovasse in quei luoghi di martirio, cimiteri a cielo aperto voluti per mano umana.

Era in quei momenti, quando quei brevi cessate il fuoco, pause infinitesimali dalla guerra, imposti più dalle necessità umane, che dal vero sentire dei soldati, armati fino ai denti, lo permettevano, che lui era solito sedersi presso quella scrivania per comporre i suoi versi.

La caserma vuota, silenzio intorno, rari istanti di pace. Era là che lui adorava restare a scrivere la sua poesia, avvolto da quei momenti di solitudine e serenità, quelle pagine sotto le mani a divenire campi da arare, coltivare, per far spuntare nuovi fiori profumati, nuove speranze, nuova luce in cielo.

Adorava la poesia, il suono delle parole, la melodia che producevano nel suo cuore al loro avanzare, scorrere, incalzare, rincorrersi.

“Sono bellissimi i tuoi haiku, Mattia, dovresti pubblicarli! Tutti! La speranza non dovrà mai andare persa, mai, il mondo tornerà a vivere!” l’incitavano i commilitoni, suoi amici, quando lo vedevano scrivere, lui, il “poeta”, perennemente con quei fogli piegati nelle tasche dei calzoni, anche in branda, di notte alla fioca luce di un lumicino “Dovresti farlo Mattia, la tua poesia aiuta tutti noi, aiuterà anche gli altri!” lo esortava la dolce Olivia, figlia anch’ella di quelle terre, giovane giornalista dalle belle speranze, cresciuta insieme a lui, nel suo cuore da sempre.

L’odore della carta consunta, stropicciata, sopra cui appuntava sogni e speranze, in salvo dall’apocalisse che stava consumandosi attorno, lontano dalle bombe, dagli spargimenti, i ventri aperti, il dolore della gente. Era quella la sua gioia, il suo motivo ancora valido di vita, laddove niente passava: la sua poesia, nasceva furente.

“Ci sono ragazzi che mettono da parte se stessi e quello che amano di più, per l’amore del tricolore che portano sul braccio. Soldati veri”, le parole che udiva ricorrere più spesso al suo orecchio, riempiendosi di nuova energia, voglia di reagire, riportare luce in quel cielo sopra la guerra, là tra i cadaveri ammassati per le strade, la cenere incollata ai resti di carne crivellata, esposta allo sguardo, le membra aperte, pullulanti di mosche e sciami d’api, fermo-istante di bocche sdentate, cervella schiuse a impastarsi con la polvere senza riguardo alcuno, tra i corpi spalancati a croce lungo marciapiedi. Quei posti martoriati dalla follia umana.

Gli occhi del giovane si abbassarono in quel momento, pieni di lacrime nel riportare alla memoria quelle scene, era in quei momenti che la poesia gli era sempre venuta in aiuto, quando tutto si faceva più tetro e la vita sembrava stesse perdendo inesorabilmente ogni forma e colore, i suoi haiku, quei tre versi in stile orientale, una manciata di più all’occidentale. In quei momenti, loro, erano sempre riusciti  a salvargli la vita, insieme alla certezza inappuntabile che proprio quest’ultimi, avrebbero riportato un giorno nuovo respiro.

“Le pubblicherai tutte queste poesie. Questi haiku riporteranno la pace, parleranno di giorni di gioia e risate di bambini!” le aveva sussurrato Olivia dopo l’amore,  i suoi capelli  sparpagliati sul cuscino, col capo sul suo cuore, calda dei loro umori.

A quelle esortazioni, l’uomo e il poeta s’incontravano nei suoi occhi, in una nuda poesia,  la sua mimetica incollata addosso a fasciargli il petto, cassa toracica ampia, enorme, immensa, a poterne contenere due di cuori, passero d’inverno, nato di dicembre, lupo selvaggio, forte.

“Potresti titolarla “Il suono delle parole”, la melodia che ogni tuo verso fa nascere! La poesia passerà, Mattia! Non potrà mai fermarsi!” gli sussurrava all’orecchio Olivia, bevendo in lui sogni e speranze, il suo ventre a contenerlo tutto, lei libera, giornalista in lotta, bellissima, vera, compagni entrambi sin da bambini a riscoprirsi amanti, cresciuti insieme, uniti nella volontà di riportare il cielo limpido della loro infanzia, sulle loro terre. “Perché dimmi che non è meraviglioso? In Giappone è così, pressoché ogni giornale ha una sezione riservata agli haiku, su di un Giornale locale trova posto una poesia assieme alle notizie più importanti!” il volto di lei a venirgli in mente, il gesto che aveva di muovere sinuose la mani, allargare le braccia quando ne parlava “Accanto ai comunicati di quotidiano orrore, spargimenti, sangue e dolorosa follia, trova luogo un soffio di poesia, un motivo per continuare a sperare!”

E lento Mattia carezzò quell’ultimo haiku con labbra tremanti, vinto, scalzo. Scivola_/tra le mie labbra bagnate/ d’amore, il tuo nome. Prima di chiudere le dita a pugno, senza più nessuno al suo fianco ad ascoltarlo.

Dopo l’ultima mina esplosa, ingegnata a spargere morte. Lui, angelo smarrito a serrare i suoi begli occhi viola, di dolore accesi, colmi di lacrime,  puntando verso quel cielo sopra la guerra.

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