Il cielo sopra la guerra

(Ivan)

Lettera 21. In quell’istante Ivan sollevò la testa dal foglio, adagio, puntando fuori dalla finestra il lento calare delle tenebre, l’imbrunire coi suoi colori accesi di rosso e d’oro, capaci ancora di emozionarlo con la loro forza, nonostante si trovasse da mesi in quei luoghi di martirio, cimiteri a cielo aperto voluti per mano umana.

Era in quei momenti, quando i brevi cessate il fuoco, pause infinitesimali dalla guerra lo permettevano, che era solito perdersi ancora nelle meraviglie del creato. La caserma vuota, rari istanti di pace, imposti più dalle necessità, che dal vero sentire dei soldati, armati fino ai denti, perennemente pronti a colpire.

Era là che lui adorava restare a bere il suo caffè al ginseng, sigaretta tra le dita, sulla scrivania il Quotidiano del giorno, aperto, stropicciato, usato, poche pagine appena, capaci ancora di denuncia, di togliere il bavaglio alle vittime innocenti di quella carneficina senza gloria e senza onore, che veniva chiamata col nome di Guerra.

Un Giornale ancora in uscita, per gridare le sue contestazioni, sottolineare il turpiloquio della battaglia, pochi Fogli che il sangue e la dittatura, non erano ancora riusciti a zittire con la loro efferatezza.

Era là, avvolto da quei momenti di solitudine, quelle righe sotto le mani a divenire campi da arare, coltivare, per far spuntare nuovi fiori profumati, nuove speranze, nuova luce in cielo, in quegli intervalli che si concedeva ancora il lusso di una sigaretta. I bagliori a intermittenza dell’alberello addobbato tra le risa dei camerati, accanto a lui, ornato con nastri rossi e piccole preghiere, il silenzio intorno. Sarebbe stato Natale anche quell’anno, anche in quei luoghi.

Quelle parole dure come pietre taglienti, il fruscio delle pagine spiegate, a parlare di morte, ancora altro sangue quella mattina, altri soprusi, altra violenza, altre lacrime. Anche lui, giovanissimo, aveva posseduto un blog indipendente, poi la guerra lo aveva chiamato a servire il ferro, a scrivere la storia, e l’unica forza che gli dava energia era leggere in quell’inchiostro la voglia ancora potente di pace e libertà, che il popolo voleva, desiderava, urlava a gran voce.

Quanti massacri, quanti terremoti avvengono nel mondo, quante navi affondano, quanti vulcani esplodono e quanta, quanta gente viene perseguitata, torturata e uccisa! Eppure, se non c’è qualcuno che raccoglie una testimonianza, che ne scrive, qualcuno che fa una foto, che ne lascia traccia in un libro, è come se quei fatti non fossero mai avvenuti! Sofferenze senza conseguenza, senza storia. Perché la storia esiste solo se qualcuno la racconta. (Tiziano Terzani)

L’odore della carta consunta, spiegazzata, sopra cui appuntare sogni e speranze, in salvo dall’apocalisse che stava consumandosi in quelle terre, lontano dalle bombe, dagli spargimenti, i ventri aperti, il dolore della gente. Era quello il suo motivo ancora valido di vita. Carezzò adagio un ramo d’aghi di pino, cercando di trattenere il pianto.

“Ci sono ragazzi che mettono da parte se stessi e quello che amano di più, per l’amore del tricolore che portano sul braccio. Soldati veri” le parole che leggeva più ricorrenti, riempiendosi di nuovo vigore, voglia di reagire, riportare pace in quel cielo sopra la guerra, là tra i cadaveri ammassati per le strade, la cenere incollata ai resti di carne crivellata esposta allo sguardo, le membra aperte pullulanti di mosche e sciami d’api, tra il puzzo di piscio stagnante a impastarsi con la polvere senza riguardo, braccia violacee spalancate a croce lungo marciapiedi. Quei posti martoriati dalla follia umana.

Gli occhi del giovane si abbassarono in quel momento pieni di lacrime, nel riportare alla memoria quelle scene, era quando tutto si faceva più tetro e ogni cosa sembrava perdere inesorabilmente forma e colore, che le parole gli erano sempre venute in aiuto, insieme alla certezza inappuntabile che proprio quest’ultime, avrebbero riportato un giorno la Vita.

Gli attimi in cui il soldato lasciava il posto all’uomo.

“Perché dimmi che non è meraviglioso? In Giappone è così, pressoché ogni giornale ha una sezione riservata agli haiku, su di un Giornale locale trova posto una poesia assieme alle notizie più importanti!” il volto di lei a venirgli in mente, il gesto che aveva di muovere sinuose la mani, allargare le braccia quando ne parlava “Accanto ai comunicati di quotidiano orrore, spargimenti, sangue e dolorosa follia, trova luogo un soffio di poesia, un motivo per continuare a sperare! Ed io vorrei poter trasmettere questo!”

La sua mimetica inappuntabile, perfetta, incollata addosso, a fasciargli il petto, cassa toracica ampia, enorme, furente, a poterne contenere due di cuori, passero d’inverno, lupo selvaggio, forte. Lento a carezzare quel foglio con labbra tremanti, vinto, scalzo, mentre nella sua testa una poesia prendeva nuovo colore. L’haiku, la poesia che amavano entrambi, che da sempre aveva fatto parte delle loro Vite, del loro gioire, insieme ne avevano composti di bellissimi.

Il viso di Elettra, i suoi capelli ramati sparpagliati sul cuscino, mentre l’abbracciava durante l’amore, beveva in lui sogni e speranze. “Tornerai presto, Ivan, la guerra finirà e noi saremo di nuovo un popolo libero!” il suo ventre a contenerlo ancora caldo, lei giornalista dalle belle speranze, in lotta, bellissima, libera, nuda, vera, loro due insieme a sognare la loro poesia, i loro versi “Noi due scriveremo ancora assieme Ivan, di nuovo. Tu pensami. Pensami anche quando saremo lontani, allora ancora di più. Perché ricordati che non si è mai soli quando si è nei pensieri di qualcuno…”

Lei a sorridere quel giorno, alla partenza di lui, la cartella con i prossimi articoli in uscita già approntati sottobraccio, lui a salire a bordo di quella jeep, un motivetto in testa “Chi è Napoleone, chi ha fatto un bel quadro, chi scrive sui muri, chi reagisce d’istinto, chi vive d’amore. Chi ha fatto la guerra, chi prende i sessanta. Ma il cielo è sempre più blu, uh uh, ma il cielo è sempre più blu”

Spense di colpo, con foga, l’ultima sigaretta il giovane, spingendo via il bicchierino vuoto di caffè, in quella camera ormai buia, fredda, muta, prima di chiudere le dita a pugno, senza più nessuno al suo fianco ad ascoltarlo, aggiungendo all’alberello la sua preghiera, un haiku, come lei avrebbe voluto Luna_la guerra/a piedi nudi un angelo/piange le sue ali.

Dopo la notizia, a pieno titolo, in prima pagina, dell’ultima mina esplosa, ingegnata a spargere morte.

 

Mentre di lontano un angelo, serrava i suoi begli occhi viola, di dolore accesi, colmi di lacrime.

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