_angelisenzamemoria

 

Lettera 21. Lente le sue dita tremanti, presero a carezzare quel respiro, dolcemente, con delicatezza infinita, con cura lungo tutta la sua riga, cullandoselo nel cuore, quel muscolo furioso a battere indomito nel suo petto, scaldandolo col proprio fiato.

E perdendo intorno lo sguardo, contemplando la brina avvolgere i rami intorno, svegliando in un manto gelido la campagna addormentata, lui strinse i pugni, sullo scempio della natura umana a divorare se stessa, muto, incapace.

Quel velo di pace momentanea – l’aurora del nuovo giorno – a coprire il sangue, le urla taciute, il seno aperto, il ventre di lei, quella donna, la cui mano aveva tenuto fino all’ultimo respiro per non lasciarla sola, cuore di donna squarciato, scuro, sangue rappreso posto a far bella mostra di sé, in quel cimitero a cielo aperto.

Lui, angelo del dolore accanto, angelo muto, Hermes, dalle braccia tornite, i muscoli del petto guizzanti e quella cassa toracica così ampia che sembrava potesse contenerne due di cuori, selvaggia, furente, ereditata dalla sua progenie, sangue mischiato al seme della terra, parte di nuvole e radici, vento e foglie, neve d’aprile.

Muto, lui in piedi, senza poter far altro che contemplare in silenzio, attonito, quel momento di quiete, assaporandone il brivido.

Amore, una parola così abusata, così dimenticata.

Qualcuno l’aveva utilizzata, ancora, senza sentimento, senza cuore, senza sangue, sotto quel cielo sopra la guerra.

Scalzo, nudo, solo, piegò le proprie ali, portando alle narici lo stelo di quella splendida rosa rossa, scarlatta, “Princesa”, dai petali carnosi, che teneva a dondolare tra le dita, annusandola fin nel cuore, mentre lenta una lacrima prese a inumidirgli le ciglia socchiuse.

Fiore bellissimo generato dall’ultimo anelito di vita in terra di lei, a spegnersi lento, stelo originato dalla barbarie umana, ultimo sospiro innocente di donna, che lui aveva raccolto tra le sue ali, che aveva tenuto tra le sue dita accompagnandolo, muto, per non lasciarla sola nella morte, agonizzante, chino al suo fianco, trentacinque colpi di scure, in uno scenario di crudele follia, di spettatori assenti, di complicità assolta.

La polvere della morte, l’alito sublime della vita.

Zitto, levò lo sguardo verso il cielo, i suoi occhi, due braci viola di dolore accesi, proteggendo quel respiro, chiudendolo stretto nel palmo, fermo, difendendolo con maggior foga “Princesa…”, quel bocciolo puro, tenero, vivo, a stringerlo ancora ed ancora, impastandolo a divenire poesia “Tu beso/Plumas de àngel/Contraviento”, per lei il suo saluto, attento, più forte, ancora di più.

 

*Un tuo bacio/Piume d’angelo/ Controvento

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