Interno Undici

Lettera 21. La testa di lei si voltò sul cuscino sprofondando nell’odore acre di disinfettante che le lenzuola emanavano, chiudendo gli occhi “Dottore andrà tutto bene vero?” chiese con un filo di voce, flebile.

“Certo Diana che andrà tutto bene!” smorzò lui un sorriso serrato, stretto nel suo camice bianco tenendole la mano, carezzandole il dorso, al quale era attaccata una flebo di colore chiaro.

“Valentino….dici davvero?” in-calzò lei.

L’aveva chiamato per nome e questo era bastato per farlo vacillare, e fargli percepire in quella parola, tutta la paura repressa montargli di colpo addosso come un nemico selvaggio. Sapeva che lei era nelle sue mani.

Avevano fatto l’amore solo il giorno prima. L’aveva trovata in quel terreno di guerra, lui medico, soldato di pace in missione fra quelle genti sventrate a crudo, lei là con il suo taccuino in mano, i capelli scuri legati in una lunga treccia, ed i pantaloni della mimetica incollati addosso. “Vale!…. sei proprio tu!” era stata la sua prima frase dopo vent’anni. Ventuno, per la precisione, da quando si erano lasciati quel giorno in Italia, due giovani alle prime esperienze, con tanti sogni nella testa e mille prove da affrontare. Per ritrovarsi d’improvviso sotto quel sole rovente in quella terra di nessuno. “Diana! …ma …”. Lei era venuta in quei luoghi al fine di redigere un articolo per il suo giornale, “l’articolo della vita” come si definiva in gergo il pezzo più importante, il desiderio di divenire una grande scrittrice non l’aveva mai abbandonata durante tutto quel tempo. Lui laureato, era divenuto un medico brillante. “Ma componi sempre quelle poesie Hatu?” l’aveva investita lui con la sua carica di energia, sin da subito, felice di rivederla. “Haiku! si chiamano haiku, Valentino, continui a sbagliare!” l’aveva corretto lei, stizzita. Ma lui sapeva benissimo come si chiamavano quelle poesie in stile orientale che lei amava tanto e che aveva condiviso con lui nel tempo che li aveva visti insieme, soltanto le piaceva vederla arrabbiarsi, e sotto quella canicola fra la morte ed il fetore dell’oblio, lei si era infuriata allo stesso identico modo di quando aveva quindici anni. Quella sera avevano fatto l’amore con la medesima foga e l’immutata passione di quand’erano ragazzini. Allora era stata lei ad insegnargli l’amore, ora era lui a portarla al piacere estremo. Insieme. Poi  quella granata, nel centro nevralgico della città, il mercato all’ora di punta, e colpi di fucile liberi a seguire, i guerriglieri a rivendicare un massacro, “Operazione Factotum” era stata chiamata, e lui a scoprire su quella barella fra tanti, il volto agonizzante di lei. Un proiettile vagante vicino al cuore, lo stesso cuore che era battuto fino a poche ore prima, furioso fra le sue braccia, durante l’amore, che lui aveva udito e di cui si era stupito per la velocità. Un intervento difficilissimo.

“I desideri sono la cosa più importante che abbiamo e non si può prenderli in giro più di tanto. Così, alle volte, vale la pena di non dormire per star dietro ad un proprio desiderio.” le aveva sorriso lei “Pagina cinquantadue, Vale lo ricordi?! Voglio vivere shark, continuare le mie poesie!” gli aveva detto fra le lacrime, distesa, inchiodata al suo sudario. Lo chiamava sempre  shark quando aveva uno smisurato bisogno di lui, e quando…aveva paura, Valentino lo sapeva bene. “Castelli di rabbia” di Alessandro Baricco, amava quel libro anche lui. Tanto. L’amavano insieme. Sin da ragazzi. La rabbia, la sua, in quel momento. Sorrideva il giovane dottore, di un sorriso a denti stretti. Non poteva lasciarla morire.

“Ce la farò?” gli chiese. “Certo che ce la farai!” le carezzò lui la fronte per calmarla “Interno Undici, è così che voglio titolare la mia prossima raccolta!” mosse lei le dita appena, per dare forza al suo pensiero “Così sarà! Adesso dormi un po’!” le sorrise, lasciandola all’effetto dell’anestesia.

L’infermiera entrò allora adagio, era stata informata di quanto quell’intervento si presentasse complicato, una pallottola troppo vicino al cuore. Nel guardare negli occhi la collaboratrice, il medico fece un cenno di assenso col capo, e lei lasciò entrare il cane rannicchiato fuori la porta, spalancandola. Diana sollevò per un istante le palpebre nel percepirne il respiro del suo cagnolone e inghiottì a vuoto, muta “E’ Argo! Ai cani non è permesso entrare, non è lecito che lui sia qui, vuol dire che qualcosa non va, vero?” e lasciò che una lacrima le rigasse in silenzio il viso, riponendosi nelle mani del medico e ….dell’uomo.

Bombe. Il pavimento continuava a tremare ad oltranza, senza tregua. Sembrava non dovesse smettere mai. Mai un sospiro di sosta, intorno solo il perenne tintinnare degli oggetti, i passi malfermi delle persone, il vibrare perpetuo, l’oscillare dell’acqua nei bicchieri, l’antisettico, onde continue. Tenere ferma la mano rappresentava un’azione da perfetto equilibrista. “Bisturi” chiamò la voce ferma del professionista. La flebo barcollava in maniera disdicevole, e lui vedeva scorrere al suo interno l’infusione irregolare goccia dopo goccia ad entrare nel braccio di lei. Mentre la vita passava attraverso quel laccio. “Come sarebbe bello dire ‘per caso’? .. “Tu credi davvero che ci sia qualcosa che succede ‘per caso’?”  ripensò al passo di Baricco, alle poesie di lei. Poteva udire Argo accucciato nelle vicinanze del letto guaire in modo nitido. Aveva fatto entrare quel cane perché Diana non se ne separava mai, l’aveva portato con sé dall’Italia, e sperava l’aiutasse a rimanere in vita. Le dita di lui entrarono nella carne, la lama fece leva, la collega gli deterse la fronte, muta, lento spostò le fibre del muscolo, il battito decelerò, lui chiuse gli occhi. Li riaprì. Continuò stringendo i denti. La mascella contratta. I muscoli del braccio, d’acciaio. Separò l’uomo dal medico. Chiuse gli occhi. Li riaprì. Sentì Diana sotto di sé, la sentì accanto, la sentì forte, poi debole, debolissima. La voce dell’ infermiera divenne un rantolo. Lui  si fermò.

Granate. Pioggia di granate ad esplodere ovunque. Mattatoio di carne e sangue, resti umani, ossa battute come al macello, gambe dilaniate, braccia saltate come arti di bambole vecchie, gole, ventri, vene scoppiate. La guerriglia nemica aveva titolato quell’olocausto “Operazione Factotum”, dandogli un nome da scrivere agli Atti. “Operazione”, cosa significava quella parola, rispetto a tante vite umane, si chiese Valentino, fumando a tratti quella sua sigaretta, fra le dita ancora avvolte dai guanti in lattice, sporche del sangue di lei. Tirando fuori il fumo, solo, sull’uscio, col camice imbrattato di sudore e macchie di siero, solo nel deserto dei suoi pensieri, vuoti senza più lei, fermo fuori a quella camerata costruita d’urgenza, ambulatorio, asilo d’orrori, all’interno del quale aveva trascorso mesi a ricucire vite umane, senza essere stato in grado in quel momento, di ri-cucire la sua. “Castelli di rabbia/ Il volo di un gabbiano/ Una lacrima” ricordava di lei quell’haiku, insieme al suo odore, i suoi capelli sciolti, le sue risa. Non c’erra il mare in quel campo di battaglia, sabbia sopra quel sangue messo a marcire a cielo aperto, ma lui ricordava quello haiku, come in quell’istante ricordava il sapore del loro  primo bacio, anni addietro, e quella prima, timida, impacciata maniera di fare all’amore. Lei era rimasta la stessa nivea allodola dal ventre morbido, accogliente.

“Dottore, l’intervento sarà difficile vero?” l’aveva ammonito l’infermiera appena Diana ebbe chiuso gli occhi, e lui non aveva proferito parola, uscendo fuori dopo che il cuore di lei aveva smesso di battere, lasciando in lacrime la collaboratrice.

Lui, gabbiano d’inverno dal canto spezzato a morirgli in petto. Lupo solitario dal fiato di ghiaccio. Avevano fatto l’amore con dolcezza infinita poche ore prima, e di quella ragazza lasciata anni addietro aveva trovato la donna, il piacere e l’esperienza dei fianchi. L’aveva presa più volte, con delicatezza, cura, senza avvedersi della sua vita in Italia, senza chiederle chi, o cosa, la stesse aspettando all’infuori delle sue braccia, di quella passione incontenibile per entrambi.

Spegnendo la sigaretta a metà, nel silenzio della notte, senza tornare dentro, quasi a guardia di quel feretro dormiente, cacciò dalla tasca un foglio e lo vergò coi guanti liquidi a tenere malferma la matita spuntata “Sogno_/ e una piuma cade/ dentro me”. “Interno Undici”. Su quel foglio era tutto il mondo. Quello haiku. Sopra i loro gesti, il tempo trascorso,  l’odore tiepido del suo seno, le bombe a ripetizione, quella terra bruciata, disseminata di cadaveri in decomposizione e lamenti di preghiere. “Andrà tutto bene vero, dottore?” la voce di Diana, a scorrere sui suoi tatuaggi, quello che aveva carezzato per la prima volta neanche maggiorenni nello scoprirsi nudi, l’altro ancora, che aveva coperto di baci, poche ore prima al fragore dell’orgasmo. “Certo che andrà tutto bene!”.

“Così fa il destino: potrebbe filar via invisibile e invece brucia dietro di sé, qua e là, alcuni istanti, fra i mille di una vita. Nella notte del ricordo, ardono quelli, disegnando la via di fuga della sorte. Fuochi solitari, buoni per darsi una ragione, una qualsiasi” Baricco. Nell’istante in cui lei aveva chiuso gli occhi, lui l’aveva sentita più vicina, era stato quello il momento in cui aveva dimesso le ali. E piegandosi sulla testa del giovane Argo muto ai suoi piedi, guardando quel cielo sopra la guerra tingersi dei colori dell’imbrunire, non proferì parola alcuna.

“Mentre di lontano gli occhi viola di lui – due braci viola di dolore acceso – si chiusero sulle sue  lunghe piume  blu a vestirsi  a lutto”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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