Il cielo sopra la guerra

(Roccia) 

Lettera 21. “Roccia ascolta, ascolta questo passo, vieni qui, vicino a me, ascolta!” balzò lei “Lui dice che scrivere a qualcuno è l’unico modo di aspettarlo senza farsi del male. E io ti ho scritto. Tutto quello che ho dentro di me l’ho messo in questa lettera. Lui dice che tu capirai. Dice che la leggerai, poi uscirai sulla spiaggia e camminando sulla riva del mare ripenserai a tutto, e capirai. Durerà un’ora o un giorno; non importa. Ma alla fine tornerai alla locanda. Lui dice che salirai le scale, aprirai la mia porta e senza dirmi nulla mi prenderai fra le braccia e mi bacerai. Lo so che sembra sciocco. Ma mi piacerebbe succedesse davvero. E un bel modo di perdersi, perdersi uno nelle braccia dell’altra”

La bestia drizzò le orecchie sull’ultima parola, nell’incalzare palpitante della voce della giovane “Che te ne sembra? “Oceano Mare” di Alessandro Baricco” chiuse il libro facendo rotolare la matita sul foglio, il foglio consunto della sua moleskine lì accanto, sorridendo, seduta sul letto, sollevando gli occhi oltre i vetri della finestra, dove fuochi di luna sembravano attraversare il silenzio disegnando la pace.

Poi li abbassò ri-trovandosi di colpo in quelli di lui, quei caldi occhi viola di dolore accesi, ma pieni di forza, orgoglio, poteva udire il suo respiro nitidamente, ritmico, cadenzato, denso, lenta chinò il capo e il suo profilo si sollevò nella penombra, lupo bellissimo dallo sguardo fiero, libero.

Lo adorava, impavido, coraggioso, ribelle, a quella distanza poteva percepire il battito del suo cuore colpo su colpo, e schernendosi avvicinò la mano perché potesse sprofondarvi dentro il muso, godere delle sue carezze, il suo Roccia, dalle innumerevoli cicatrici, compagno di una dolcezza infinita.

Adagio carezzò lievemente la sua zampa, attirandolo verso di sé, mentre lui si lasciava andare raspando con gli artigli il pavimento, le zanne bianche, quelle che tutti temevano, lei le carezzò sorridendo, come piaceva ad entrambi.

L’aveva trovato per strada una notte, mentre era di ritorno dalla bettola dove lavorava, sperduto, tutt’ossa, malnutrito, emaciato, sembrava cercare un luogo dove poter riposare, forse per sempre; malfermo, esausto, ferito, imbrattato di sangue, fra quelle vie dove resti di cadaveri umani facevano bella mostra di sé alla luna, sembrava chiedere pace, agonizzante, venuto forse dalla vicina campagna, persa la direzione, bersaglio mobile di numerosi colpi d’arma da fuoco, piovutigli addosso per mero divertimento da soldati ubriachi e fetidi.

Lo aveva raccolto sfidando il suo ululare feroce e la ritrosia, parlandogli col silenzio, adoperando lo sguardo soltanto, e da allora non si erano più lasciati. Lei pettirosso dalle ali di neve, leggera, fragile, allodola nivea, da quel momento aveva smesso di girare di sera portando con sé la sua pistola, certa che ci fosse lui ad attenderla dopo il lavoro per ri-accompagnarla a casa. E il suo Roccia, fedele, era sempre là ad aspettarla, scodinzolando, vispo, altero, frusciando fra le sue gonne, saltellando fra le sue caviglie, facendo ritorno a casa in due, sfidando col loro passo svelto, diretto, mercenari, guerra e penuria, lei con le sue suole bucate, consunte, sfondate, i lunghi capelli legati, la camiciola bianca, accanto al suo compagno si sentiva sicura, protetta, seguita dalla sua anima nobile a scortarla.

Seduta continuò a carezzarlo nel buio “Roccia, stanotte il cielo è pieno di luci, fuochi di luna, questo cielo sopra la guerra, e noi scriveremo ancora altri haiku,  continueremo a scrivere le nostre poesie impiastricciando questa moleskine senza stancarci, e quando un giorno la pace tornerà, troverà questo Libro pronto per essere stampato, profumerà di libertà vedrai, di gioia!”

“La poesia è pace, libertà, purezza, sincerezza, amore, granello di sabbia fra le dita, infinita. E’ forza capace di unire, avvicinare, parlare solo col respiro, senza occhi nè voce, gioia pura, pelle, sana empatia, quella magia che non si può spiegare!” gli carezzò il muso giocando con le mani, infilando le dita fin dentro le sue fauci, il loro gioco preferito, senza paura.

Casa non è solo una costruzione, un’alzata di cemento, Casa non è inteso solo come “luogo”, “abitazione”, “quattro mura” in cui abitualmente si vive, ma “Casa” è “luogo”, inteso come posto in cui essere Felice, un paio d’occhi in cui affondare, in cui trovarsi, ri-trovarsi, un cuore dentro cui sapere di poter trovare calore, due braccia a serrarci per proteggerci da ogni catastrofe, questa è Casa, e Roccia era questo per lei, e lei era questo per lui.

“Sono certa che un giorno la pace ri-avvolgerà di nuovo questa Terra e non sentiremo più puzza di ossa macerate per le strade, carne di cadaveri decomposti in putrefazione mista a piscio stagnante, non dovremo più difenderci con mitra e pistole, ma ri-nasceranno ancora fiori e bellissime piume bianche verranno a segnare la fine di questo scempio di umana ignoranza, ridisegnando il cielo!”

Vergò sulla sua moleskine l’ennesimo haiku Cicogne_/di piume e di latte/ la tua bocca. In attesa di pubblicarli tutti col nome di “Quaderni di haiku”, titolo che aveva scelto una notte di tempesta, sognando l’arcobaleno.

Ma la vita, in guerra, non va come si vorrebbe, mai.

E voltando gli occhi la giovane Mercedes, stretta fra quelle coperte scure,  infeltrite, donate loro dall’esercito, impregnate del tanfo stagnante delle caserme, serrando a sé il fascicolo, vide di colpo un fuoco brillare più degli altri prendere i bagliori di una granata a spezzare la quiete del silenzio, e senza riuscire a proferire parola, sentì soltanto il fiato del suo Roccia contro il proprio collo, balzato su di lei per proteggerla, tramutarsi in mille piume bianche a volare, per difenderla dalla carneficina che avrebbe fatto di lei un numero, l’ennesimo, da appuntare nel bollettino dei deceduti di quel giorno.

Inutile nella sua salvezza, fra quelle mura ridotte in un solo colpo in polvere di pietre e sangue. Canto di sacrificio intonato all’alba.

 

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