Il cielo sopra la guerra

(Carlotta) 

Lettera 21. Lentamente gli occhi di lei si sollevarono dal foglio che aveva sotto le dita, su cui stava scrivendo con minuta grafia, e alzandosi dalla sedia evitando senza successo che rigasse col suo fastidioso rumore il pavimento, si diresse verso la finestra a contemplare muta lo scendere della neve ad imbiancare intorno.

Silenzio. Gelido. Ovattato. “Tristan!” sospirò, portandosi la mano al petto,  la mimetica a fasciarle il corpo, costringerle il seno, i capelli rossi stretti, ordinati. Piano giocherellò con le dita contro il vetro, breve pausa dal suo lavoro, era raro scrivesse ancora a mano i suoi articoli, ma alle volte sentiva istintivo il ritorno alla sua amata matita, faber, per lo più batteva i suoi articoli direttamente al computer, ma quelli erano giorni cruenti, un furioso attacco era venuto a segnare le ultime ore in maniera indelebile, e lei aveva molto lavoro, uno dei più feroci attacchi dallo scoppio di quella carneficina senza tregua, che gli Umani chiamavano col nome di Guerra.

Lenta spostò lo sguardo sulle sue matite spuntate sparse alla rinfusa, e le immagini di quel pomeriggio presero a sovrapporsi nella sua mente,  quei petali rosa e cremisi per le strade incollati ai resti di carne crivellata esposta allo sguardo, cadaveri ammassati, pullulanti di mosche e sciami d’api, fermo-istante di labbra sdentate, cervella schiuse a impastarsi con la polvere senza riguardo alcuno, braccia violacee spalancate a croce lungo marciapiedi a far da cimitero senza nome.

“Il sesso cancella fette di vita che uno nemmeno si immagina. Sarà anche stupido, ma la gente si stringe con quello strano furore un po’ panico e la vita ne esce stropicciata come un biglietto stretto in un pugno, nascosto con una mossa nervosa di paura. Un po’ per caso, un po’ per fortuna, spariscono nelle pieghe di quella vita appallottolata mozziconi di tempo dolorosi, o vigliacchi, o mai capiti. Così.” Ricordò in quel momento un passo di Castelli di Rabbia di Alessandro Baricco. Quel libro lo amava. “Carlotta un bel nome!” le sembrò di udire ancora la voce di lui. “Il mio è Tristan!”. Tristan, il suo nome in codice, tanti li usavano in quell’ultimo periodo, quella guerra non risparmiava nessuno. Carlotta ricordò il momento esatto in cui lui si era presentato, i fogli sparsi sul tavolo, quella camera sopravvissuta al fragore delle granate, dove ci si riuniva ancora, ufficio di fortuna, dove lei stessa dormiva, fuori la pioggia, le foto del suo collaboratore da catalogare “Queste mi sembrano ottime!”. Poi lui, la sua canotta incollata addosso nonostante il freddo, le braccia tornite, i fianchi stretti, caporal maggiore di passaggio con i suoi “uomini” per procedere oltre la barricata, verso il confine della zona “calda”. Lui a stringerle la mano, i muscoli guizzanti. Il sorriso aperto, bambino sugli zigomi adulti.

Quella sensazione. Poi dopo poche ore, quel bussare secco alla porta, nessuno di notte veniva al Giornale, solo lei ci lavorava alla fioca luce di un lumicino. Intorno il fetore dei corpi, gli umori maleodoranti dei deceduti, il fumo delle polveri. Tristan due bicchieri fra le mani “Ti andrebbe?”. Qualche parola, e poi insieme ad amarsi, quel lettino a cigolare, la sua branda, la pelle a cercare la vita oltre la morte, il sogno oltre le spine, dentro e fuori gli animi, le menti, i pensieri.

Nome in codice: Tristan.  E poi paghi, dopo l’amore, l’uno fra le braccia dell’altra a raccontarsi “Una Casa Editrice, insieme l’amavamo, era il nostro sogno, prima che io partissi per la guerra, venissi chiamata per questo servizio. In questo inferno!” la voce di Carlotta al buio riempiva la stanza, mentre la neve disegnava sui muri il suo dondolare, illuminata dalla fioca luce proveniente dalle finestre prive di tende. “Volevamo scrivere. Haiku, semplicemente. In Giappone ogni giorno trova posto sul giornale locale un haiku, un soffio di poesia fra le notizie di quotidiano orrore, e noi volevamo questo! Insieme avevamo un blog indipendente. Lui era bravissimo! Restavo ore ad ascoltarlo a bocca aperta! Ti sapeva camminare dentro!”

“Poi la guerra!” tossicchiò lui, nel buio, fumando una sigaretta disteso accanto a lei, abbozzando nell’aria cerchi di fumo.

Lei inghiottì un singhiozzo. Il giovane non le chiese il nome di quell’uomo, se l’avesse mai amata, e se avesse mai sognato con lei un figlio, se fosse stato dov’era stato lui pochi istanti prima, se l’avesse amata dello stesso ardore, con l’identica furente passione.

Carlotta asciugò tacita una lacrima, strusciandosi nell’incavo della spalla di lui “Alessandro Baricco lo conosci?”

“Jun alzò lo sguardo dal libro. Davanti c’erano chilometri di colline e poi una scogliera e poi il mare e poi una spiaggia e poi un bosco dopo l’altro e poi una lunga pianura e poi una strada e poi Quinnipak e poi la casa del signor Rail e dentro il signor Rail. Chiuse il libro. Castelli di rabbia!”

“Io lo amavo, lui l’odiava a morte. Quante sfuriate!”

Lui proseguì, cambiando tono “Lei gli domandò in quei giorni se era vero, come dicevano le canzoni, che l’amore poteva tutto. – È vero – le rispose lui – ma farai bene a non crederci. Gabriel García Márquez!”

“Dell’amore e di altri demoni!” incalzò lei  “Lui l’amava!”

Carlotta si sorprese ad aprire il palmo della mano, carezzando il vetro. Era stata solo una notte. Di lui non conosceva neppure il nome. Una notte dove era stato umano, naturale, vero, scambiarsi calore e anima, entrando uno nell’altra per dirsi che intorno c’era ancora vita. Si carezzò il ventre scosso e sorrise, tornando al suo lavoro. Un pettirosso frullò allora nell’aria e lei scrisse ai margini del foglio un haiku “Ulula/ Sui vetri il vento/ Canti d’inverno. Immaginando Tristan, quella notte, quei vetri,  quel lupo. E quel nome in codice: Guerra.

“Mentre di lontano gli occhi di un angelo, di un viola acceso, si chiudevano sula follia della guerriglia”

 

 

 

 

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