Rain …

haik

Venezia di pioggia.

La mia finestra sul mondo.

I grilli e le rose.

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_angelisenzamemoria

(White rose)

Lettera 21. Dietro i vetri dilavati dal temporale, lentamente gli occhi di Penelope abbracciarono l’intero Campo d’esercitazione, dove sembrava che il cielo dovesse rovesciarsi da un momento all’altro tanto era potente lo scroscio d’acqua a venir giù a secchiate ed energico lo sferzare del vento a spazzar via ogni cosa, solo una torre al neon ad illuminare a brevi tratti la bufera.

Le braccia conserte, i capelli corti a carezzarle la nuca, il basco ben calcato in testa, la mimetica a fustigare le sue forme, castigandole, dritta dietro la finestra, le palpebre di lei si serrarono all’ennesimo fulmine a illuminare di una macabra luce il terreno fangoso e la sua bocca accennò un sorriso, quanto tempo era trascorso da quando piccolina aveva avuto paura di temporali di quella portata, di quando ragazza aveva cercato rifugio fra le braccia di lui, a cingerla per proteggerla d’ogni male?.

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Haiku. La natura

L’haiku, la breve poesia tradizionale giapponese, ha una sua profondità che sfugge alle letture superficiali cui il moderno Occidente ci ha abituato: quello che vediamo è solo la punta dell’iceberg, ma sotto c’è tutta la montagna. Quella che a noi sembra un’immediata naturalezza è invece frutto di un lungo percorso, di un rigido allenamento alla meditazione, alla comprensione della realtà, nella quale l’autore si immerge profondamente, non limitandosi a osservarla dall’esterno.

Diabete. Insulino dipendente

Nel diabetico di tipo 1 il pancreas non produce o quasi insulina. Nella persona ‘magra’ con il diabete noi vediamo una progressiva ‘stanchezza’ della betacellula, l’organo che produce l’insulina, che fatica sempre di più a secernere l’insulina necessaria sia per affrontare il glucosio che arriva nel sangue dopo i pasti, sia per smaltire il glucosio che il fegato mette in circolo lontano dai pasti. Per questo tipo di persone il controllo della glicemia è il problema principale. Buona parte di queste persone trova progressivamente più difficile controllare la glicemia semplicemente acquisendo abitudini sane. Dieta ed esercizio fisico sono necessari, ma presto – o subito – occorre appoggiare la terapia con dei farmaci, tipicamente secretagoghi, cioè farmaci che aiutano il pancreas a produrre più insulina, come le sulfaniluree. È tipico, e vorrei sottolineare questo aspetto, che i farmaci orali si rivelino insufficienti. A questo punto bisogna passare all’insulina. Non ci sono alternative.

Perché non ci sono alternative?
Semplicemente perché nemmeno con l’aiuto del farmaco il pancreas può produrre la quantità di insulina necessaria. La glicemia rimane quindi alta e noi sappiamo con la massima sicurezza che lunghi periodi di glicemia alta possono da soli, anche in mancanza di altri fattori di rischio, determinare una serie di conseguenze estremamente spiacevoli, le famose complicanze, sia specifiche del diabete, come la retinopatia, la nefropatia e la neuropatia diabetica, sia non specifiche, come il danno alle arterie e quindi infarti o ictus. Viceversa noi sappiamo che riportando il paziente a un buon equilibrio glicemico, la probabilità di incorrere in queste complicanze si riduce nettamente, e la loro evoluzione, qualora queste si siano già determinate, si rallenta.

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Il cielo sopra la guerra

(Alba Irene) 

Lettera 21. Lente le sue dita tremanti, presero a carezzare quel respiro, dolcemente, con delicatezza infinita, con cura lungo tutta la sua riga, portandoselo al cuore, quel muscolo furioso a battere di dolore infinito nel suo petto, scaldandolo col proprio fiato, chiudendogli attorno le sue morbide piume blu, la veste di quelle lunghe ali incassate nella carne, all’altezza delle scapole, soffici, affondando dentro quei sospiri, saggiandone il velluto, chinandosi d’istinto a poggiarvi le labbra.

“Come vorrei che questa pioggia che cade così tenace adesso, potesse ricoprire col suo manto le brutture di questa guerra. Questo mondo di creature in lotta fra loro, perenne” sospirò la giovane Alba sollevandosi dal pianoforte, osservando il temporale dilavare dietro i vetri della sua finestra, il creato intero, scuotendo con la sua forza zinnie e foglie, oltre il buio della città addormentata “Come sarebbe bello se questa pioggia potesse fungere stanotte da velo separatore, da silenzio, da pace, da ri-costruzione; portando con sé di nuovo la serenità di notti di luna, di sogni, di fuochi in cielo che non fossero di bombe, cancellando l’eco in lontananza di pianti di morte e urla disperate” abbassò gli occhi la ragazza, legando i suoi lunghi capelli con un nastro celeste, come soleva fare sempre da bambina dopo aver suonato, Alba Irene, o semplicemente Alba, per tutti, a prescindere; triste il suo viso si velò di malinconia, nello spogliarsi del vento a scivolare sul lamento dell’artiglieria

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Castelli di rabbia

Così piangeva, Jun. E non smise mai, nemmeno per un attimo, mentre le sue mani spogliavano il signor Rail, e nemmeno dopo, a vederlo nudo sotto di sè e a baciarlo ovunque, non smise mai, continuò a sciogliere il grumo della propria tristezza in quelle lacrime immobili e silenziose – non ci sono lacrime più belle – mentre stringeva fra le mani il sesso del signor Rail e lentamente passava le labbra su quella pelle liscia e incredibile – non c’erano labbra più belle – e piangeva, in quel suo modo invincibile, quando aprì le gambe e in un istante, un pò con rabbia, prese il sesso del signor Rail dentro di sè, e dunque, in un certo modo, tutto il signor Rail dentro di sè, e puntando le braccia sul letto, guardando dall’alto il volto dell’uomo che era andato dall’altra parte del mondo a scopare una donna bellissima e negra, a scoparla con così appassionata esattezza da lasciarle un bambino nel ventre, guardando quel volto che la guardava prese a rigirare dentro di sè la vinta resistenza che era il sesso del signor Rail, a rigirarlo e domarlo perdutamente, perchè entrasse ovunque, dentro di lei, e ritmicamente scivolasse nella follia, mai smettendo di piangere – se quello lo si può chiamare semplicemente piangere – eppure con sottile e sempre maggiore violenza, e furore forse, mentre il signor Rail le piantava le mani nei fianchi, nell’inutile e falso tentativo di fermare quella donna che si era presa ormai il suo cazzo e con movimenti ciechi ormai strappato dalla mente tutto ciò che non era l’elementare pretesa di godere ancora, e ancora di più. E non smise di piangere – e di tacere – di piangere e di tacere, nemmeno quando lo vide, l’uomo che era sotto di lei, chiudere gli occhi non veder più niente, e lo sentì, l’uomo che aveva dentro, venire tra le sue cosce piantandole istericamente il cazzo nelle viscere in quella specie di percossa intima e indecifrabile che lei aveva imparato ad amare come nessun altro dolore.