Haiku. G. Ungaretti

Più complessa è la relazione tra il poeta Giuseppe Ungaretti e gli haiku. Andrea Zanzotto osserva: “Ci si potrebbe domandare se per quella via anche il taglio inconfondibile del primo Ungaretti non abbia risentito, in modi più o meno sotterranei, delle suggestioni dello haiku, tanto è impressionante qualche volta l’analogia delle figure formali”.

Poesie del primo ermetismo di Ungaretti (Notte di maggio, Tramonto, Stasera, Universo, Soldati, Rose in fiamme) sembrano richiamare lo stile haiku. Virgilio Orsini arriverà ad affermare che “il Giappone rivela il vero spirito della poesia ermetica, la sua intima natura, la sua anima”.

Altri studiosi osservano come nell’ermetismo italiano sia presente spesso “il gusto per le immagini barocche, del conceit”, e come sia invece mancante la levità, la semplicità (il karumi di Basho), una delle esigenze dello haiku.


Altri profondi conoscitori di Ungaretti, tuttavia, osservano come sia singolare il passaggio metrico dalle poesie di Ungaretti edite nel 1915 su “Lacerba” a quelle di un anno dopo su “La Diana”. Non sembra casuale il contemporaneo e contiguo apparire, proprio sulla stessa rivista La Diana, delle poesie giapponesi del sopracitato Harukichi Shimoi, amico di D’annunzio. Tra l’altro la forma dello haiku si ritrova in varie poesie e strofe del 1916-17, prevalentemente nella forma speculare 7-5-7, come in Notte di maggio:
« Il cielo pone in capo
ai minareti
ghirlande di lumini »

od anche in variazioni simmetriche 6-5-6 (come in Fase)
« Cammina cammina
ho ritrovato
il pozzo d’amore »
Queste poesie sono contenute nella raccolta L’Allegria insieme ad altre che rendono l’idea del frammento. Sembra evidente il rapporto tra poesia e biografia dell’autore legata in quel periodo all’esperienza della guerra di trincea che indusse alla consapevolezza della precarietà della vita e da cui derivò un forte sentimento di comunanza e fraternità in quei drammatici eventi.
Questo porta Ungaretti ad un rifiuto della metrica tradizionale e alla realizzazione di una poesia che “porta alla luce enunciazioni essenziali, fulminee, parole che emerse dal silenzio e da un fondo di meditazione, ambiscono a dire l’essenza di un groviglio di sensazioni”.
Altro tratto in comune fra la poetica ungarettiana e quella degli haijin potrebbe essere che, come negli haiku dal particolare si giunge all’universale, così il poeta italiano dalla propria esperienza individuale passa alla condizione dell’umanità.
Giuseppe Ungaretti, in una lettera a Corrado Pavolini del 1929, spiega, invece, come sia una mera coincidenza la somiglianza di alcune sue poesie con i componimenti giapponesi. Anzi sostiene che nelle traduzioni dal giapponese sulla rivista La Diana, i giovani traduttori dell’epoca subissero la sua influenza, sia nei ritmi che nel vocabolario. Per queste ragioni – sostiene Ungaretti – in seguito, sia in Italia sia all’estero era divenuto consueto associarlo al Giappone. Molti anni dopo, nel 1962, nel volume “Le origini della poesia di Giuseppe Ungaretti” viene fatto un confronto tra l’Allegria di Ungaretti e gli scritti nipponici evidenziando analogie e differenze: si deve notare, tra l’altro, come le poesie di Ungaretti abbiano un titolo, che invece manca del tutto negli haiku.

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